FRANCO CIARLEGLIO.

Lo struscio toscano.

2013 EDIZIONI POLISTAMPA, Firenze.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il nuovo slow tour alla scoperta di curiosit, leggende, aneddoti, credenze popolari, modi di dire e burle del Medioevo e Rinascimento.
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Dopo Il canto dei Bischeri, versione completa e aggiornata de Lo struscio fiorentino, ambientato nella Firenze medievale e rinascimentale, Lo struscio toscano vuole ripercorrere lo stesso cammino alla ricerca di storie, leggende, credenze popolari, modi di dire e burle delle terre di Toscana; una raccolta di aneddoti che getta uno sguardo al di fuori dei confini delimitati dalla cinta muraria fiorentina.
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La Toscana viene qui divisa in sei territori, che ripropongono quelli storicamente rilevanti:
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Terre di Firenze, con incluse quelle di Prato, Pistoia, il Mugello e la Valdelsa;
Terre di Lucca, che comprendono anche la Garfagnana, la Versilia e la Lunigiana;
Terre di Pisa, unite a quelle di Livorno, dell'Elba e dell'Arcipelago toscano;
Terre di Maremma, che racchiudono per intero l'attuale provincia di Grosseto;
Terre di Siena, che contengono la Val di Merse, il Chianti Senese e la Val d'Orcia;
Terre di Arezzo, con la Val di Chiana e il Casentino.
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All'interno di ognuna di queste "terre" ci sono luoghi e citt dove sono nate e cresciute numerose storie e leggende. Unendo idealmente ogni singola localit  possibile creare un percorso che permette di visitarle tutte, dando origine a un vero e proprio circuito della "Toscana minore".
Fra gli innumerevoli aneddoti della regione, ho scelto di proposito quelli che, per svariati motivi, hanno procurato in me delle particolari sensazioni; le medesime sensazioni che, con questo volume, cercher di trasmettere al lettore.
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L'autore:
Franco Ciarleglio ha gi pubblicato:
Nel 2010: Il canto dei Bischeri: Il nuovo e completo Struscio Fiorentino tra curiosit, leggende, aneddoti e credenze popolari della Firenze medievale e rinascimentale. Con appunti per uno Struscio Toscano.
Nel 2011: Il segreto della priora Romanzo storico.
Nel 2013: La mappa. Romanzo.
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Un cordiale ringraziamento agli amici residenti in diverse citt della Toscana, che con le loro preziose segnalazioni hanno contribuito a realizzare i racconti di questo libro:
LUCIANO ARTUSI. GIANLUCA BARGAGLI. MARIA NOVELLA BATINI. NICOLE LEBRUN CAREW-REID. GUALTIERO MONICI. PIERO PAOLETTI. MARIA CHIARA PIERINI. MANILA TESTI. MARIANNA TESTI.
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Indice.
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Nelle terre di Firenze. (Prato e Pistoia).
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1. Bianca di Vincigliata.
2. Il fantasma di Cafaggiolo.
3. Il ponte di Cimabue.
4. La lisca.
5. Il masso della Gonfolina.
6. Il volo del ciuco.
7. Il volo del becco.
8. Il volo di Cecco Santi.
9. La leggenda di Membrino.
10. La Gerusalemme di Toscana.
11. La mano di Musciattino.
12. Il mistero di Bianca Cappello.
13. Il Sasso delle Fate.
14. Via Abbi Pazienza.
15. La Buca delle Fate.
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Nelle terre di Lucca. (e Lunigiana).
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16. Il labirinto di San Martino.
17. Imbroccare a Lucca.
18. Il ponte del diavolo.
19. Il caprone demoniaco.
20. L'entrata dell'inferno.
21. La mannaia che non offende un innocente.
22. Il miracolo di Santa Zita.
23. La pietra del diavolo.
24. La donna che non voleva invecchiare.
25. Il Calderon d'Altopascio.
26. La vecchia della Burlamacca.
27. La castellana e lo stalliere.
28. Gli amanti della marchesa.
29. Il boscaiolo blasfemo.
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Nelle terre di Pisa. (Livorno ed Elba).
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30. Il fantasma della seta.
31. La leggenda di Kinzica.
32. Le unghiate del diavolo.
33. Quattro Mori.
34. La leggenda di Ercole Labrone.
35. Da Cerbonio a San Cerbone.
36. La spiaggia dell'Innamorata.
37. Le sette gemme del Tirreno.
38. La Madonna del Frassine.
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Nelle terre di Maremma.
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39. L'albero della fecondit.
40. Il pozzo dell'innocente.
41. Il lago dell'Accesa.
42. Il castello di Cotone.
43. La tomba mezza dentro e mezza fuori.
44. Il prato della contessa.
45. I giorni della merla.
46. La mula di Lamula.
47. La leggenda di re Rachis.
48. Il castagno della Madonna.
49. La Bella Marsilia.
50. La carrozza d'oro della regina Antiglia.
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Nelle terre di Siena.
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51. La spada nella roccia.
52. Il ponte della Pia.
53. Castiglion che Dio sol sa.
54. Le Crete Senesi.
55. Il castello della Chiocciola.
56. Il gallo nero.
57. Il castello di Strozzavolpe.
58. Il Barone di ferro.
59. I guerrieri di Montaperti.
60. La torre del Mangia.
61. Il quadrato magico.
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Nelle terre di Arezzo.
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62. Il pozzo di Tofano.
63. Le note musicali.
64. Le porte del morto.
65. La Chimera etrusca.
66. Il castello di Sorci.
67. Le stimmate di San Francesco alla Verna.
68. La zampa del diavolo.
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Bibliografia.
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Fine Indice.
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Nelle terre di Firenze. (Prato e Pistoia).
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1. Bianca di Vincigliata.

Il castello di Vincigliata sorge sulle colline fiorentine, nel comune di Fiesole. Di antichissima origine, viene costruito poco dopo l'anno mille insieme ad altre torri e fortezze della famiglia Visdomini, talmente influente sulla curia vescovile fiorentina da tenerne la reggenza nel periodo vacante, in attesa della nomina di un nuovo vescovo. Il nome Visdomini significa appunto "vice-domini", cio "che fa le veci del Signore". Il castello ha subito nei secoli successivi ulteriori e diverse ristrutturazioni sotto la propriet di altre illustri famiglie fiorentine, come gli Usimbardi, i Ceffini, i Bonaccorsi e gli Albizi.
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La leggenda narra di una fanciulla che abitava nel castello di Vincigliata; il suo nome era Bianca, figlia di Giovanni Usimbardi, la cui famiglia era da tempo immemorabile in feroce inimicizia con quella dei Del Mazzecca. Bianca, nonostante i numerosi pretendenti, era innamorata proprio di un membro della famiglia rivale, Uberto Del Mazzecca. Naturalmente i due innamorati erano costretti a vedersi di nascosto e ad avvalersi di pochi e furtivi momenti di intimit.
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Giovanni, il padre di Bianca, venne chiamato un giorno a effettuare un'operazione militare nei pressi di Lucca, a capo dei suoi armati; nel corso del combattimento, venne circondato da alcuni nemici e rischi di soccombere, ma l'intervento provvidenziale di un coraggioso cavaliere gli salv la vita. Quando il cavaliere alz la celata dell'elmo, Giovanni riconobbe il volto dell'odiato Uberto Del Mazzecca. Decise allora, in segno di riconoscenza, di concedergli la mano di sua figlia Bianca.
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L'odio e il rancore tra le due famiglie, tuttavia, non si era per niente sopito, e quell'eroico episodio sembrava piuttosto una parentesi limitata ai soli Giovanni e Uberto.
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Il giorno delle nozze, mentre Uberto percorreva a cavallo la strada che lo avrebbe portato dalla sua amata, Bianca lo stava aspettando impaziente dall'alto della torre del castello di Vincigliata. Ma i fratelli della fanciulla, aiutati da altri uomini della famiglia Usimbardi, per impedire quel matrimonio tesero un vile agguato al giovane: lo assalirono all'improvviso, lo disarcionarono e, una volta a terra, lo assassinarono a colpi di pugnale.
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Bianca, inorridita, vide tutta la scena dalla finestra della torre. Rimase talmente sconvolta da quella terribile sequenza che mor di crepacuore dopo pochi giorni. Ancora oggi si pu vedere di notte il fantasma di Bianca Usimbardi, con indosso la sua veste bianca di sposa, vagare sui bastioni del castello di Vincigliata con lo sguardo perso nel vuoto.
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2. Il fantasma di Cafaggiolo.
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Una delle pi belle ville medicee  certamente quella di Cafaggiolo, nel comune di Barberino di Mugello. Costruita sulla base di un castello medievale preesistente, il genio architettonico di Michelozzo Michelozzi la trasform, su progetto di Cosimo Primo, in dimora rinascimentale, per destinarla a "villa di famiglia" per i Medici, che la frequentavano prevalentemente nelle calde estati fiorentine.
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Praticamente tutti i personaggi pi importanti e conosciuti della famiglia Medici hanno trascorso lunghi periodi nella villa, sia prima che dopo la trasformazione strutturale, da Lorenzo il Magnifico a Cosimo il Vecchio, da Cosimo I a Francesco e Ferdinando, fino a Caterina, futura regina di Francia. La leggenda narra che vi abbia soggiornato anche Leonora Alvarez de Toledo, nobildonna fiorentina di chiare origini spagnole, andata in sposa a Pietro dei Medici, dal quale ebbe un figlio: Cosimo.
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Pietro  stato senza dubbio uno dei personaggi pi torbidi e foschi fra tutti quelli della famiglia fiorentina: violento, prepotente, viziato, sperperatore, preferiva la compagnia di donne di malaffare e di amanti a quella della moglie e della famiglia.
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La loro unione non fu di lunga durata. Erano due personaggi completamente dissimili tra loro, troppo diverso il carattere, la sensibilit, gli interessi sociali e culturali. Ben presto Leonora si ritrov sola con suo figlio Cosimo per gran parte della giornata, senza le minime attenzioni e premure da parte del marito. Poco alla volta, si fece prendere da un senso di disperazione. Cominci a frequentare Bernardo Antinori, nobile fiorentino, prima come confidente poi come amante; alcune lettere d'amore vennero intercettate dagli sbirri di Pietro che trov cos il pretesto per liberarsi definitivamente di quella moglie scomoda.
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Nel luglio del 1536, Pietro e Leonora si recarono, come d'abitudine, nella villa di Cafaggiolo per trascorrere il periodo estivo; l'uomo, accecato di gelosia, approfitt di un momento in cui era solo con la moglie per soffocarla con un "asciugatoio", come riportato nei documenti.
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Si narra che lo spirito della bella Leonora vaghi ancora per le stanze della villa: una figura eterea e femminile, quasi incorporea, viene avvistata nelle sere d'estate lungo i camminamenti delle mura perimetrali, oppure mentre oltrepassa gli spessi muri dei locali, quasi senza toccare terra. Qualcuno sostiene di aver frequentemente sentito un suono, come di un pianto soffocato di donna che si tramutava in un lamento.
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3. Il ponte di Cimabue.
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Non lontano da Vespignano, nel comune di Vicchio di Mugello, si incontra un ponte di epoca rinascimentale sul torrente Ensa, costruito su una precedente struttura medievale: il ponte alla Ragnaia.
La leggenda narra che verso la fine del Duecento il pittore fiorentino Cenni di Pepi, detto Cimabue, stava percorrendo a piedi la strada verso Bologna; una volta giunto all'altezza del torrente Elsa, inizi la breve ascesa sul ponte alla Ragnaia.
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Quando fu sulla sommit, not in basso un giovane pastorello affaccendato intorno a un grosso sasso, mentre le sue pecore stavano tranquillamente brucando l'erba poco lontano. Le cronache dell'epoca cos riportano: "In su passando Cimabue pictore per la strada a Bologna, vide el fanciullo sedente in terra et disegnava in su una lastra una pecora...".
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Cimabue, in effetti, si ferm proprio sulla sommit del ponte, appoggiandosi alla spalletta, incuriosito dal disegno che il ragazzo stava tracciando con un frammento di carbone su una lastra di pietra abbastanza liscia. Da buon pittore com'era, volle osservare pi attentamente quell'immagine, che si stava modellando in maniera sempre pi nitida e chiara. Oltrepass il ponte e si diresse verso il pastorello che, imperterrito, seguitava nel suo disegno.
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Cimabue rimase meravigliato: il fanciullo stava riproducendo con una maestria e un realismo senza uguali l'immagine di una pecora, osservando di tanto in tanto gli animali del gregge come modelli. Quel pastorello si chiamava Giotto di Bondone; da quel momento Cimabue lo volle come allievo a lavorare nella sua bottega d'arte a Firenze.
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4. La lisca.
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Percorrendo la statale Tosco-Romagnola nel comune di Lastra a Signa, in direzione di Montelupo Fiorentino, si incontra una localit con un nome particolarmente singolare: "La Lisca".
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Osservando attentamente una delle case che si affacciano lungo la strada, si pu notare un enorme osso, allungato e affusolato, che  stato murato orizzontalmente alla parete dell'edificio, proprio sotto la grondaia del tetto.
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Si tratta, almeno apparentemente, di una costola di una balena preistorica vissuta in quella zona milioni di anni fa; infatti i geologi hanno dimostrato che nel Pliocene, oltre cinque milioni di anni fa, una larga parte della Toscana era ricoperta dalle acque del mare, dove viveva una grande quantit di specie ittiche.
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Per usare un eufemismo, secondo il tipico e pungente umorismo toscano, gli abitanti del luogo hanno pensato bene di denominare quel gigantesco osso "la lisca".
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5. Il masso della Gonfolina.
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Un enorme monolite si affaccia lungo la strada che unisce Lastra a Signa a Montelupo Fiorentino, sporgendosi quasi fin verso l'Arno: il masso della Gonfolina. Nell'antichit questo macigno era molto pi esteso e sostanzialmente occludeva il regolare flusso del fiume fungendo da diga naturale, tanto da creare un vero e proprio lago paludoso che si estendeva per buona parte del Valdarno Inferiore.
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Lo stesso Leonardo da Vinci, nel suo celebre trattato di idraulica sul fiume Arno, ebbe modo di studiarne le origini e di analizzare i possibili rimedi.
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In realt, sembra che furono gli etruschi i primi a cercare di allargare il passaggio del fiume a colpi di scalpello. I romani completarono l'opera in un momento successivo, consentendo alle acque dell'Arno di riprendere il proprio regolare corso verso Pisa e prosciugando definitivamente tutta la zona paludosa.
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La completa percorribilit della strada avvenne invece solo nel diciottesimo secolo, grazie al Granduca Leopoldo Secondo, che restitu alla Via Regia Pisana la sua naturale collocazione lungo la riva sinistra del fiume.
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Nel corso dei secoli tutta la zona della Gonfolina, tra Carmignano e il poggio di Artimino,  stata oggetto di una lunga e costante escavazione. Si hanno infatti notizie di cave a cielo aperto fin dai tempi degli etruschi, ingrandite poi dai romani e trasformate successivamente nel periodo medievale; si  lavorato nelle cave fino all'inizio del Novecento.
La "pietra Gulfolina", come veniva originariamente chiamata da Benvenuto Cellini,  un'arenaria molto simile alla pietra serena di Fiesole, ma pi dura, tendente all'azzurro e di grana pi ruvida. Per questo motivo  consigliata per i rivestimenti esterni degli edifici.
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6. Il volo del ciuco.
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Nel 1397 l'esercito empolese era impegnato nell'assedio del castello di San Miniato al Tedesco, ma l'impresa si stava dimostrando piuttosto ardua e il maniero sembrava confermare la sua nomea di fortezza inespugnabile.
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Il capitano Cantino Cantini, per evitare ulteriore spargimento di sangue, si rec sotto le mura nemiche intimando la resa agli assediati; per tutta risposta, i governanti sanminiatesi rifiutarono la richiesta e addirittura si beffarono degli avversari asserendo che "si vedranno gli asini volar in cielo prima che la citt cada in mano agli empolesi!"
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Per nulla intimorito, il capitano empolese escogit uno stratagemma: fece radunare tutte le mandrie di ovini che si trovavano nella valle e appese al collo di ciascuna pecora e di ogni capra un lumino acceso.
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La notte, Cantino Cantini si present nuovamente sotto le mura del castello di San Miniato con quasi duemila uomini, tra cavalieri e fanti, armati di tutto punto, e intim di nuovo la resa minacciando: "Se questi non vi bastano, laggi ce ne sono altrettanti!" I sanminiatesi scorsero alle spalle dei soldati empolesi un nutritissimo numero di lucine che si muovevano nella notte; pensarono che si trattasse del grosso dell'esercito empolese e decisero all'istante di arrendersi.
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A Empoli si fece gran festa per la vittoria e fu ordinato di far volare per davvero un somaro sulla citt; si voleva far vedere ai nemici prigionieri che le loro beffarde parole si erano avverate e che "un ciuco volava nel cielo d'Empoli".
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Era il giorno del Corpus Domini: da allora in quella festivit un asinello con due ali posticce viene portato sulla sommit del campanile della Collegiata, nell'antica piazza dei Leoni stracolma di gente in festa, poi viene imbracato a una carrucola e fatto "volare" lungo una corda fino a terminare il tragitto atterrando nel loggiato del Palazzo Ghibellino.
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Dal secolo scorso (per fortuna) per il volo viene regolarmente utilizzato un asino finto. Ancora oggi a Empoli si pu sentire il famoso detto: "O studiar con impegno ed esser uomini, o in Empoli volar pel Corpus Domini!"
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7. Il volo del becco.
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Pontorme sorge sulle sponde del torrente Orme e prende il nome proprio dall'antico ponte che lo attraversava. Originariamente era un borgo fortificato sulla via Pisana, con una discreta cinta muraria, sotto la protezione dei fiorentini.
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Alla fine del Quattrocento vi nacque il famoso pittore Jacopo Carrucci, detto appunto "Il Pontormo", e ancora oggi  ben conservata la sua casa natale. A seguito dell'espansione territoriale della vicina Empoli, Pontorme venne inglobata e form uno dei tre borghi, insieme a Monterappoli, intorno ai quali la citt si  sviluppata nel Rinascimento.
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Pontorme conserva ancora una storica tradizione la cui origine si perde nel tempo, probabilmente intorno all'anno 780: il volo del becco.
La leggenda vuole che un becco, il maschio della capra, venisse issato sul campanile della chiesa priora di San Michele e fatto volare, attaccato a una corda, fino al vecchio convento nella piazza. A seconda del modo in cui l'animale picchiava sulla pietra, veniva data una spiegazione; se l'interpretazione era propiziatoria, la sua carne veniva mangiata dal popolo in segno augurale, altrimenti veniva scartata.
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Questa tradizione  stata conservata ininterrottamente per oltre mille anni, fino al 1786, e solo recentemente  stata rievocata, ma questa volta con un caprone finto. Il volo del becco si ricollega strettamente con l'analogo "volo del ciuco" del Corpus Domini a Empoli, ma abitualmente viene effettuato la domenica successiva.
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8. Il volo diCecco Santi.
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La leggenda narra che l'esercito di Vinci stava tenendo sotto assedio la citt nemica di Cerreto Guidi. Uno dei capitani delle milizie, Cecco Santi, sembra si fosse innamorato di una nobildonna cerretese e, per amore di lei, trad il suo popolo.
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Venne catturato e tradotto in catene a Vinci, dove, dopo un regolare processo, fu condannato a morte per infamia. La condanna sarebbe stata eseguita gettando il poveretto dalla torre del castello dei Conti Guidi; avrebbe ricevuto la grazia solo se si fosse salvato, ipotesi del tutto inverosimile.
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Prima di salire sulla torre, Cecco Santi chiese come ultimo desiderio di poter bere una brocca del buon vino di Vinci. Venne accontentato, e quel vino portentoso fece il miracolo: una volta gettato dalla torre, Cecco non precipit al suolo ma riusc miracolosamente a volare andando a planare sulla vicina collina.
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In quell'anno i contadini ebbero dei raccolti incredibilmente copiosi e abbondanti; fu deciso cos di ripetere ogni anno quella tradizione, l'ultimo mercoled di luglio, con un fantoccio che raffiguri Cecco Santi, in segno augurale e propiziatorio per accattivarsi la protezione della natura.
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9. La leggenda di Membrino.
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Nel Cinquecento, Castelfiorentino era una cittadina fortificata situata in una posizione strategica per Firenze, in quanto si trovava in prossimit del confine con la nemica Siena.
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In quel periodo l'esercito imperiale di Carlo V, insieme alle truppe pontificie di Papa Clemente Settimo dei Medici, aveva invaso la Toscana, con l'intento di rovesciare la "libera" Repubblica Fiorentina e di far tornare i Medici al potere a Firenze.
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L'esercito fiorentino, capitanato da Francesco Ferrucci, stava muovendo in direzione di Volterra; la citt nel frattempo si era infatti schierata con gli imperiali e Firenze cercava di riconquistarla. Giunto davanti alle mura di Castelfiorentino, che si trovava lungo il tragitto, Ferrucci ordin che venissero aperte le porte per far rifocillare e riposare soldati e cavalli.
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Gli abitanti del borgo per ignorarono la richiesta; sebbene fossero stati da sempre fedeli alleati di Firenze, tra di loro si diffuse un notevole senso di paura. In primo luogo si sentivano del tutto estranei alla contesa tra Firenze e Volterra, e inoltre temevano il saccheggio della citt, o quantomeno paventavano che venissero sottratti animali, cibo e coperte per le "necessit primarie" dell'esercito. Infine, non volevano inimicarsi il Papa e la Chiesa.
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In conclusione, le porte della cinta muraria di Castelfiorentino rimasero chiuse! Francesco Ferrucci and su tutte le furie e rimase profondamente offeso da quel comportamento, considerato incomprensibile e inqualificabile per una citt alleata. Minacci allora di entrare con la forza e di radere al suolo la citt.
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La situazione dei castellani cominciava a farsi veramente critica e rischiosa, quando, nella confusione e nella concitazione generale, un ragazzo chiese di poter uscire dalla fortezza per andare a parlamentare con il condottiero fiorentino. Il suo nome era Membrino, o almeno cos veniva chiamato; non aveva genitori e viveva ospite di una vedova che lo trattava come un figlio, ma non si sapeva bene come e da quando fosse arrivato a Castelfiorentino.
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Membrino si incammin con passo deciso verso Francesco Ferrucci, tenendo bene in vista un drappo bianco. Il condottiero rimase sorpreso nel vedere quel piccolo individuo che gli veniva incontro con l'aria per niente intimorita. Il ragazzo salut il capitano e, con maniere e parole molto garbate, spieg che tutta la citt lo stimava e lo ammirava, che i cittadini erano solo spaventati e che i suoi armigeri avrebbero potuto prendere i cavalli e le poche vettovaglie disponibili, senza per far del male agli abitanti.
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Francesco Ferrucci fu conquistato dalla franchezza e ammir il coraggio del giovane. Ordin che Membrino fosse arruolato sul momento nell'esercito fiorentino con l'incarico di tamburino e che venisse costruito un monumento in ricordo del piccolo eroe che aveva salvato la citt. I suoi uomini entrarono nel borgo e presero l'indispensabile, senza importunare minimamente la popolazione; subito dopo, la lunga colonna dell'armata fiorentina si incammin verso Volterra portandosi dietro il tamburino Membrino.
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In ricordo di quel giovane e coraggioso cittadino, qualche tempo dopo venne installata sopra la campana del municipio di Castelfiorentino la scultura in legno dipinto di un giovane soldato che, imitando le movenze di un tamburino, con un batacchio batte e cadenza le ore.
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10. La Gerusalemme toscana.
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San Vivaldo Stricchi da San Gimignano era un frate terziario francescano che aveva deciso di trascorrere il resto della sua vita in penitenza e digiuno tra i ftti boschi sulle colline di Montaione.
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Il primo maggio del 1320 il Beato Vivaldo venne trovato morto nel cavo del castagno che usava come alloggio e proprio in quel luogo i fedeli decisero di costruire una piccola chiesa, che prese il nome di San Vivaldo e che fu successivamente ingrandita. Oggi una cappella con le reliquie del santo segna il punto esatto dove avvenne la sua morte.
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La chiesa fu terminata nel 1355 e consacrata definitivamente nel 1416. Verso l'inizio del 1500 furono costruite una serie di cappelle esterne, in puro stile rinascimentale, vicine le une alle altre ma separate tra loro. Presero il nome di Cappelle del Sacro Monte di San Vivaldo; in origine erano 34 ma oggi ne rimangono solo 17, e al loro interno risaltano dei preziosi gruppi statuari in terracotta policroma che rappresentano i momenti della vita e della passione di Ges.
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Il Sacro Monte viene anche comunemente chiamato "la Gerusalemme di Toscana", poich riproduce, in scala ridotta, la topografia e i luoghi della Citt Santa.
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Poco distante dal convento del Sacro Monte si trova il borgo di San Vivaldo. Un raro documento risalente alla met del Cinquecento, ratificato dal Capitano di Parte Guelfa di quel tempo, certifica l'esistenza del convento, della chiesa e delle case che formavano il villaggio.
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11. La mano di Musciattino.
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Sullo stipite della porta laterale del Duomo di Prato, quella pi vicina al campanile, si pu notare una macchia rossastra sul marmo, che assomiglia all'impronta di una mano. La leggenda narra che, nella notte del 27 luglio del 1312, un canonico della diocesi pistoiese - un certo Giovanni di ser Landetto, meglio conosciuto come "Musciattino" - abbia tentato di impadronirsi della reliquia della Sacra Cintola, che veniva custodita e venerata all'interno della cattedrale pratese.
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Il Sacro Cingolo, o Sacra Cintola come viene comunemente e affettuosamente chiamata dai pratesi, era la reliquia della cintura che la Vergine don a San Tommaso poco prima di essere assunta in cielo. Dopo una lunga serie di vicissitudini, la Sacra Cintola  giunta a Prato nel 1141, dove ancora oggi  gelosamente conservata all'interno della Cattedrale di Santo Stefano.
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Musciattino aveva in mente di sottrarre il prezioso cimelio dal Duomo di Prato per portarlo in quello di Pistoia, la sua citt.
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Cos durante la notte, approfittando dell'oscurit, si impadron del reliquiario e usc furtivamente dalla porta della citt, dirigendosi in tutta fretta lungo la strada che conduceva verso Pistoia. La notte era fonda e buia, la nebbia particolarmente fitta, e Musciattino ebbe quasi l'impressione di essersi perduto. Continu a camminare per alcune ore tentando di seguire il percorso della via maestra.
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Finalmente giunse alle mura della citt e si trov davanti il grande portone di ingresso, che a quell'ora tarda era ancora chiuso. Grid con tutto il fiato che aveva in corpo e con una punta di orgoglio: "Aprite pistoiesi, ho la Cintola dei pratesi!"
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In realt il poveruomo non si era accorto che, dopo aver gironzolato per ore nella fitta nebbia, era ritornato al punto di partenza e che quello era il portone delle mura di Prato!
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Venne immediatamente arrestato e la mattina seguente, dopo un rapido processo, fu condannato ad essere arso sul rogo sulle rive del fiume Bisenzio. Prima, per, gli si doveva pubblicamente tagliare la mano destra, quella che aveva materialmente compiuto il sacrilego furto. Venne tradotto nella piazza del Duomo e, davanti alla folla inferocita, gli venne mozzata la mano; i pratesi, accecati di rabbia e di odio, si impossessarono del macabro reperto e lo fecero letteralmente volare, tirandolo da una parte all'altra della piazza, finch qualcuno lo lanci sulla porta della Cattedrale.
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Il segno della mano insanguinata di Musciattino  ancora oggi visibile sulle pietre del Duomo di Prato. In realt, si tratta di una venatura rossastra del marmo, ma questo "dettaglio" nulla toglie al fascino della leggenda.
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12.Il mistero di Bianca Cappello.
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La villa medicea di Poggio a Caiano, commissionata da Lorenzo il Magnifico ed edificata da Giuliano da Sangallo,  indubbiamente una delle pi belle tra quelle di propriet della famiglia Medici.  situata in prossimit del Monte Albano, in una posizione strategica, e domina la piana dell'Ombrone.
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Questa villa, dimora estiva dei Medici nonch abituale centro di accoglienza, incontri e riunioni con le pi importanti personalit dell'epoca,  stata il luogo di uno dei pi misteriosi e dibattuti avvenimenti che hanno funestato la storia della potente famiglia fiorentina.
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Bianca Cappello era una giovane nobildonna veneziana, venuta a Firenze a soli quindici anni come sposa di Pietro Bonaventuri, socio e collaboratore dei Salviati, rilevante famiglia di banchieri fiorentini, ma il matrimonio risult ben presto infelice.
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La leggenda vuole che questa fanciulla avesse un fascino particolarmente incantevole e seducente, tanto da conquistare diversi gentiluomini della corte medicea, dove ebbe l'opportunit di conoscere il Granduca Francesco Primo, figlio primogenito di Cosimo.
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Francesco era gi sposato con Giovanna d'Austria, che lo aveva reso padre di sei femmine ma di nessun erede maschio; un matrimonio deprimente e appesantito da continue incomprensioni, a causa del carattere totalmente diverso dei due coniugi.
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Francesco corteggi assiduamente e caparbiamente Bianca, finch non riusc a sedurla: da quel momento divenne ufficialmente la sua amante. Il Granduca la inser inoltre nel ristretto e ambito numero di damigelle di corte e le don uno splendido palazzo in via Maggio, quello che ancora oggi  conosciuto come il "Palazzo di Bianca Cappello", situato in posizione strategica in quanto poco distante dalla sua abitazione privata di Palazzo Strozzi.
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A distanza di pochi anni morirono in circostanze drammatiche Pietro Bonaventuri e Giovanna d'Austria, i rispettivi coniugi degli amanti, che poterono finalmente sposarsi, prima segretamente e poi ufficialmente nel 1579.
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Occorre dire che fin dall'inizio la relazione tra i due innamorati, il successivo matrimonio e la persona specifica di Bianca Cappello, non furono molto ben visti dal popolo fiorentino. Furono poi fortemente osteggiati dalla corte medicea, in particolare dal potentissimo cardinale Ferdinando, fratello minore di Francesco e suo successore nel caso non fosse nato un erede maschio.
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Durante un soggiorno degli sposi nella villa di Poggio a Caiano nell'ottobre del 1587, in seguito a una lunga battuta di caccia insieme al cardinale Ferdinando, subito dopo la cena Francesco e Bianca furono presi da forti dolori addominali, vomito e febbre altissima; dopo undici giorni di atroci sofferenze, morirono entrambi a poche ore di distanza l'uno dall'altra.
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In tutta la citt circolarono subito e immancabilmente le voci e i sospetti di un avvelenamento, che furono per prontamente messe a tacere e tutta la vicenda venne insabbiata dalla famiglia Medici.
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13. Il Sasso delle Fate.
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Edgarda era una bellissima fanciulla, figlia del giudice Guidone da Luciana; il padre decise di darla in sposa a Tebaldo, giovane rampollo della societ pratese.
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Edgarda si stava preparando per le nozze ormai imminenti con Tebaldo, quando un giorno un signorotto del luogo, un certo Uguccione, le mise gli occhi addosso. Uguccione era ricco, nobile, potente, senza scrupoli, abituato a "comprare tutto e tutti con i soldi", e cerc in ogni modo di avvicinare la ragazza. Cominci poi a frequentarla di nascosto, finch non riusc ad abusare di lei.
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Ormai completamente invaghita del suo seduttore, Edgarda respinse il povero Tebaldo e disobbed agli ordini del padre che tentava di farla ravvedere. Guidone e Tebaldo decisero allora di vendicarsi dei due amanti: durante una cena a palazzo alcuni sicari convinsero con una scusa Uguccione a seguirli, lo portarono in un bosco presso Vernio e lo stordirono.
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A quel punto furono raggiunti dallo stesso Tebaldo, e il povero Uguccione venne murato vivo all'interno di una grotta posta ai piedi di un enorme masso.
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Nel frattempo il giudice Guidone aveva avvelenato la sventurata Edgarda.
La leggenda vuole che da quella grotta e da quel masso si sentano ancora oggi distintamente dei lamenti; gli antichi abitanti del luogo attribuirono quei gemiti alle fate del bosco, che si disperavano per la tragedia.
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Il masso ha preso il nome di "Sasso delle Fate", esiste ancora ed  visitabile: lo si pu infatti raggiungere attraverso un sentiero recentemente riaperto nella zona di Luciana, nel comune di Vernio.
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14. Via Abbi Pazienza.
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Nel centro della citt di Pistoia, nella zona di via dei Rossi, esiste una strada che presenta questo singolare nome: "Via Abbi Pazienza". Lo si fa risalire a una lapide posta sopra a una fontanella, che riporta una frase scritta dai fuoriusciti che furono cacciati dalla citt dopo la fine della lotta tra Guelfi bianchi e neri: "L'omo si muta. Perch? Per lo meglio. Abbi pacienza".
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La leggenda popolare, tuttavia, ha dato un altro significato a quel nome: sembra infatti che un uomo si volesse vendicare di un suo acerrimo nemico che lo aveva gravemente offeso. Approfittando del buio della notte, quell'uomo si era appostato in prossimit dell'abitazione del rivale e attendeva che questi rincasasse.
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Nell'oscurit gli sembr di vedere la sagoma dell'avversario che si avvicinava e, accecato dall'odio, gli si avvent addosso pugnalandolo pi volte. Accasciatosi al suolo, l'antagonista mostr il suo volto dolorante, appena illuminato dalla luce di una torcia posta sull'angolo della via.
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Sconcertato, l'assalitore riconobbe in quel volto non il viso dell'odiato rivale, bens quello di un suo caro amico che per un tragico equivoco aveva pugnalato. Addolorato e sgomento lo prese tra le braccia e l'unica cosa che riusc a dirgli fu: "Abbi pazienza!"
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15. La Buca delle Fate.
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La via Clodia era un'antica strada romana che collegava la via Cassia con la via Aurelia in direzione del mare; lasciate Firenze e Pistoia, prima di giungere a Lucca, la strada si inerpicava lungo la montagna fino a raggiungere Serravalle.
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Oltrepassato questo borgo, il sentiero entrava in un bosco e costeggiava il fianco di un lastrone di roccia, da cui si affacciava una grotta ricoperta di una fitta vegetazione. Era la "Grotta delle Fate", cos chiamata dalla gente del posto perch in quel luogo avvenivano fatti misteriosi e incomprensibili.
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Si narra infatti che nelle notti di luna piena, all'alba o al tramonto, oppure quando nella zona c'era una fitta nebbia, viandanti e pellegrini sentissero un dolce suono d'arpa e un melodioso canto di ragazza. Lo spazio tutt'intorno si riempiva come per incanto di un'enorme quantit di lucciole che illuminavano a giorno l'entrata della grotta.
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I viandanti, sbigottiti, vedevano allora dalla caverna una bellissima fanciulla che li invitava a entrare; nell'interno della grotta si intravedeva una tavola imbandita con carni, pesci, dolci e vino, mentre una seconda giovinetta, bella quanto la prima, faceva ampi gesti con le braccia per invitarli ad accomodarsi.
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La musica dolcissima, le bellissime fanciulle, quei cibi cos appetitosi, quella luce quasi magica... pochi viandanti riuscivano a resistere
a quelle tentazioni e la maggior parte di loro si lasciava prendere per la mano entrando all'interno della grotta.
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Di tutte queste persone non si  saputo pi niente, sono scomparse nel nulla e non sono mai pi state ritrovate. Quasi nessuno  arrivato
alla destinazione originaria e i pochi - anzi i pochissimi - che sono riusciti a uscire da quella caverna, quando hanno raccontato l'accaduto sono stati presi per pazzi e rinchiusi nelle prigioni.
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La Buca delle Fate oggi esiste ancora ed  sempre circondata da una fitta vegetazione; quell'antico sentiero  stato ormai da tempo abbandonato, ma nelle giornate di particolare silenzio, quando non ce vento e la luce del giorno  ancora debole, da lontano sembra quasi di ascoltare un dolcissimo e flebile suono d'arpa e una melodiosa voce, come un canto di fanciulla.
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Nelle terre di Lucca. (e Lunigiana).
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16. Il labirinto di San Martino.
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Nella chiesa di San Martino, su un pilastro che sorregge il campanile, un bassorilievo rappresenta un labirinto di forma circolare. Il labirinto ha un significato prettamente religioso: vuole esprimere il concetto secondo il quale non  possibile uscire dal dedalo e dal caos della vita senza l'aiuto dell'Amore Divino.
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La leggenda vuole che davanti a questo labirinto venissero portati i condannati a morte; se qualcuno di loro fosse stato capace di trovare l'uscita al primo tentativo, avrebbero tutti avuto salva la vita. Sembra che qualcuno ci sia riuscito!
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17. imbroccare a Lucca.
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L'esercito della repubblica lucchese era famoso per avere un validissimo reparto di balestrieri; del resto la tradizione della balestra a Lucca risaliva al 1200, durante la guerra con Pisa.
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Per tenere in costante allenamento i balestrieri venivano organizzate nelle piazze della citt delle gare di abilit, nelle quali i migliori tiratori si esibivano in tiri particolarmente impegnativi. Queste gare si ripetevano durante l'anno senza un metodo regolare e pertanto si sent alla fine il bisogno di regolarizzarle con delle norme scritte che fossero pertinenti e circostanziate.
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Fu cos che nel 1443 venne emanato un atto che disciplinava la disputa della gara con la balestra, il primo documento che regolarizzava quello che a Lucca sarebbe diventato il "Palio di San Paolino".
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Suddivisi nei tre terzieri della citt, i balestrieri si ritrovavano nel giorno del patrono San Paolino, prevalentemente in piazza San Martino, proprio di fronte al Duomo, davanti alle massime autorit politiche, religiose e militari e a tutto il popolo lucchese.
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Seduti a turno sul pancaccio, sistemavano la propria balestra e tiravano la verretta cercando di colpire il piccolo bersaglio situato nella parte opposta della piazza, a centoventi passi di distanza (quasi novanta metri!). Veniva dichiarato vincitore il primo balestriere che avesse colpito il bersaglio, che si aggiudicava il premio previsto in diciotto fiorini d'oro.
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L'oggetto da colpire a quella incredibile distanza era una piccola brocca di terracotta; la difficolt della gara era quindi quella di "imbroccare" il bersaglio, cio di colpire e rompere la brocca. Proprio da questo particolare, il termine moderno "imbroccare" ha assunto i significati di "cogliere nel segno, colpire il bersaglio, indovinare, azzeccare".
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18. Il ponte del diavolo.
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La leggenda vuole che in un borgo della Garfagnana, chiamato Mozzano, intorno al 1300 si fosse presentata la necessit di unire le due sponde del fiume Serchio con un ponte. Venne incaricato del lavoro un bravo e onesto capomastro che si mise subito all'opera con la sua squadra di operai.
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I giorni passavano ma il lavoro proseguiva a rilento: si erano infatti presentate alcune difficolt strutturali nei pilastri dovute al terreno particolarmente friabile. Gli abitanti del borgo si lamentarono con il capomastro per quella lentezza. Il ponte doveva essere terminato prima dell'inverno e prima che arrivassero le piene. Bisognava quindi approfittare del periodo di secca del fiume.
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Nonostante la buona volont e gli sforzi profusi - il gruppo lavorava senza sosta dalla mattina alla sera - ci si rese conto che i lavori non si sarebbero mai potuti concludere nei tempi previsti.
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Una sera, al tramonto, sconsolato e mortificato, il capomastro si mise a sedere sulla sponda del Serchio a rimirare quel ponte non terminato, pensando al discredito che gli sarebbe derivato per via di quel rallentamento. All'improvviso spunt alle sue spalle un uomo alto, distinto, coperto da un lungo mantello nero e da un cappello a larghe falde dello stesso colore.
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Lo sconosciuto disse che avrebbe potuto aiutarlo e che sarebbe stato capace di terminare l'opera addirittura in una sola notte. Il capo-mastro rispose che l'idea era splendida ma che non avrebbe potuto ricompensarlo debitamente, poich era povero. L'altro tuttavia, di rimando, gli disse che si sarebbe accontentato di "prendere l'anima del primo che avesse oltrepassato il nuovo ponte".
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A quel punto il capomastro si rese conto che quel signore elegante e distinto altri non era che il diavolo in persona! Se voleva terminare i lavori nei tempi previsti, il brav'uomo non aveva per altra via d'uscita... cos accett l'offerta del maligno.
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La mattina seguente il ponte era ultimato e i cittadini di Borgo a Mozzano fecero grande festa e si complimentarono con tutta la squadra di operai. A quel punto il capomastro, ripresosi dallo stupore e dall'incredulit per l'accaduto, ordin ai suoi concittadini di non attraversare per nessun motivo il ponte fino al giorno successivo, adducendo la banale ma efficace scusa che occorreva effettuare un serio controllo sulla stabilit dell'opera.
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Prese il cavallo e corse al galoppo fino a Lucca, dove si fece ricevere dal Vescovo, al quale raccont tutta la storia. Il prelato lo rassicur e gli consigli di far attraversare per primo sul ponte un maiale! Il diavolo si sent beffato e dalla rabbia si gett nel Serchio, e di lui non si seppe pi nulla.
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Il giorno dell'inaugurazione il ponte fu battezzato "ponte della Maddalena", ma per tutti e grazie a questa leggenda  conosciuto ancora oggi come "il ponte del diavolo"!
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19. Il caprone demoniaco.
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Fornovolasco  un borgo della Garfagnana, nel comune di Vergemoli, immerso nel bellissimo Parco naturale delle Apuane. La leggenda narra di un uomo che abitava proprio a Fornovolasco e che puntualmente si recava a Massa il giorno del mercato; una volta ebbe la necessit di acquistare un vitellino e part di buon'ora verso valle, perch la strada era lunga e tortuosa.
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Giunto nel mercato della grande citt, inizi una lunga trattativa con un contadino per procurarsi un giovane vitello al prezzo pi conveniente; adoper tutte le astuzie e gli espedienti che conosceva, finch non riusc ad accaparrarsi l'animale per poche decine di denari: un vero affare!
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Riprese la lunga via del ritorno verso casa, portandosi il vitellino sulle spalle. Per ingannare il tempo, passo dopo passo, ripensava al modo furbesco con cui aveva raggirato il povero contadino fino al punto di convincerlo a cedergli il giovane bovino a un prezzo decisamente inferiore al suo valore reale. Cos facendo rideva tra s e s, compiacendosi per l'abilit dimostrata; ma intanto la strada saliva verso la montagna e il peso del vitello cominciava a farsi sentire.
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Si ferm pi volte per riposare, ma non appena riprendeva il cammino aveva la strana sensazione che il vitello pesasse sempre di pi, come se fosse aumentato di peso e di volume. Giunto quasi a Fornovolasco, si ferm ormai sfinito presso la chiesetta di Sant'Anna per riprendere le forze. Si tolse dalle spalle il vitello e solo allora si rese conto, con enorme sorpresa, che questo si era trasformato in un gigantesco caprone con gli occhi di brace!
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L'uomo riconobbe immediatamente in quell'animale l'immagine maligna del diavolo. Il caprone fugg nel bosco, lasciandosi dietro una scia di fuoco e fiamme, mentre l'uomo corse terrorizzato in paese per dare l'allarme. Venne subito organizzata una gigantesca "caccia al diavolo" alla quale parteciparono tutti gli abitanti del borgo, ma nonostante le meticolose ricerche non venne trovata alcuna traccia del Maligno.
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In verit, una traccia venne rinvenuta: l'impronta nera di un animale sul muro della chiesa di Sant'Anna. Si cerc pi volte di ripulire la macchia, ma quella puntualmente riaffiorava.
Ancora oggi quel segno scuro  visibile sulla parete della chiesa.
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20. L'entrata dell'inferno.
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Nella chiesa di Sant'Agostino a Lucca si trova una delle immagini pi amate e venerate di tutta la citt: Santa Maria del Sasso. Si tratta di una rappresentazione trecentesca della Vergine che tiene in braccio Ges Bambino.
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Le vesti conservano ancora gli originali colori vivaci, mentre entrambi hanno le teste contornate da aureole dorate, tipiche delle raffigurazioni dell'epoca. La caratteristica dell'immagine consiste nel fatto che la Madonna presenta un vistoso foro all'altezza della spalla destra; inoltre, proprio ai piedi del quadro,  presente una misteriosa botola.
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La particolarit e la singolarit di questi due elementi hanno dato origine a una famosa leggenda lucchese. Si narra infatti che un uomo avesse scommesso una forte somma di denaro al gioco invocando la protezione della Vergine, la cui immagine era considerata all'epoca particolarmente miracolosa. L'uomo, per, perse tutto.
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Disperato e colmo di rabbia, corse nella chiesa di Sant'Agostino e scagli con violenza un sasso che sfond il dipinto all'altezza della spalla della Madonna. L'uomo addossava a lei tutta la colpa dell'accaduto. All'improvviso si apr sotto i suoi piedi una voragine e il poveretto venne inghiottito all'istante, sprofondando diritto all'inferno.
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Il governo di Lucca decise di chiudere quel sinistro pertugio con una botola di ferro e con un robusto lucchetto; da allora non venne mai pi riaperta, anche perch nessuno ha mai avuto il coraggio di aprire la porta dell'inferno!
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21. La mannaia che non offende un innocente.
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Nella chiesa di San Martino, in una colonna di fronte al Volto Santo,  conservata la mannaia originale con la quale si eseguivano le esecuzioni capitali a Lucca; accanto, vi compare una singolare scritta: "la mannaia che non offende un innocente".
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La leggenda vuole che un giorno del 1334 un certo Giovanni di Lorenzo prestasse soccorso a un uomo che era stato aggredito e gravemente ferito con un'arma da taglio. Il poveretto giaceva a terra e si lamentava, e Giovanni nell'aiutarlo si era sporcato le mani e le vesti del suo sangue.
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I cittadini che erano accorsi a quelle grida avevano trovato Giovanni sporco di sangue accanto al corpo dell'uomo ferito e avevano pensato che fosse lui l'aggressore.
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Giovanni venne condotto nelle prigioni lucchesi; dopo un rapido processo nel quale si era disperatamente dichiarato innocente, fu condannato alla pena capitale. Il giorno dell'esecuzione venne condotto al patibolo mentre tutto il popolo gli gridava contro insulti e offese.
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Il boia gli fece sistemare la testa sul ceppo, poi alz la mannaia... ma qualcosa non gli permise di abbatterla sul collo del povero Giovanni. Il boia riprov una seconda, poi una terza volta, ma la mannaia ricadeva sempre alle sue spalle, come se fosse attirata da una forza misteriosa.
Il boia allora liber Giovanni e a Lucca si grid al miracolo.
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22. Il miracolo di Santa Zita.
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Zita era una bimba dodicenne che lavorava come domestica nella casa della famiglia Fatinelli e aveva una spiccata vocazione per aiutare i poveri, i deboli e tutti coloro che versavano in condizioni bisognose. Ancora oggi Santa Zita  la patrona delle lavoratrici domestiche.
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Intorno al 1230 si verificarono diversi episodi che la videro protagonista. Zita spesso sottraeva panni e cibo dalla casa dei padroni per darli ai poveri bisognosi, ma i Fatinelli non si accorgevano mai di nulla perch panni e cibo miracolosamente ritornavano ai loro posti.
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Un giorno d'inverno Zita si stava recando nella chiesa di San Frediano, quando not sui gradini di un portone secondario un povero mendicante, avvolto in stracci e paralizzato dal freddo pungente, che chiedeva l'elemosina. Zita ritorn sui suoi passi, cerc in casa uno dei mantelli del padrone e lo consegn senza esitare al povero infreddolito, che pianse dalla gioia e ringrazi la fanciulla.
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Zita rimase sulla soglia del portone della chiesa pensando come avrebbe potuto fare a restituire un mantello cos costoso al padrone; a un tratto sent una presenza alle sue spalle, si volt e vide l'Angelo Custode che le consegnava un mantello del tutto identico a quello regalato al mendicante!
Da quel giorno quella porta laterale di San Frediano si chiama "Porta dell'Angelo".
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23. La pietra del Diavolo.
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Intorno al 1550 la facoltosa famiglia Bernardini decise di costruirsi un palazzo, che doveva essere grande, elegante e all'altezza della propria posizione economica e sociale. Durante la costruzione si dovette procedere all'abbattimento di alcune palazzine, tra cui una in particolare, dov'era raffigurata un'antica immagine sacra molto venerata nel quartiere.
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Mentre innalzavano la facciata del nuovo palazzo, i carpentieri si accorsero che, nel collocare una grande finestra proprio nel punto esatto dove si trovava quell'immagine, lo stipite si inclinava in maniera anomala, senza rispettare la naturale legge del filo a piombo verticale.
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Pi gli operai cercavano di rimediare a quella stranezza e pi la finestra si incurvava, tanto che, terrorizzati, alla fine si rifiutarono di proseguire i lavori in quel punto dell'edificio.
Oggi possiamo ammirare Palazzo Bernardini... con una finestra al piano terreno rimasta inclinata rispetto alla facciata. Tutti, a Lucca, la chiamano "la pietra del diavolo"!
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24. La donna che non voleva invecchiare.
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Lucida Samminiati era una giovane donna vissuta a Lucca nella prima met del Seicento, con un'evidente peculiarit: una bellezza impressionante. Lucida prese coscienza fin da adolescente del suo fascino e della sua avvenenza, che le permettevano di conquistare ogni uomo.
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Trascorse tutta la vita in simbiosi con la sua bellezza, al punto da non potersene mai liberare. Si spos giovanissima con Vincenzo Diversi, che per venne ucciso dopo appena due anni a causa di una lite per questioni di confine; pass quindi a nuove nozze con un anziano ma ricchissimo mercante lucchese, conosciuto e rispettato per il commercio della seta che da molto tempo la sua famiglia effettuava in mezza Europa: Gaspare Mansi.
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And a vivere nella residenza del marito, villa Mansi, nel comune di Capannori, a pochi chilometri dalla citt, ma il matrimonio apparve subito estremamente instabile: la differenza di et tra i due era notevole e fece nascere in Lucida un forte desiderio di evasione. In un primo momento fece ricoprire di specchi le stanze della casa, in particolare la sua camera da letto, per poter ammirare in ogni istante la propria bellezza.
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In seguito, cominci a organizzare feste e banchetti e a frequentare uomini, approfittando delle continue assenze del marito per i lunghi viaggi d'affari. Ormai completamente innamorata di se stessa, Lucida non ebbe pi alcun ritegno al punto che non tollerava un amante pi di una sola notte.
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Gaspare Mansi mor in circostanze misteriose e la bella vedova si consol intensificando il numero degli amanti e dedicandosi alla lussuria pi sfrenata; i maldicenti sostenevano che, dopo una notte d'amore, riuscisse a far sparire i suoi uomini facendoli precipitare in una botola posta ai piedi del letto.
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Ma un giorno avvenne un episodio che segn irrimediabilmente tutta la sua esistenza. Mentre si specchiava, Lucida not alcune piccole rughe che marcavano il suo bel viso: era l'inequivocabile segnale dell'inarrestabile trascorrere del tempo: il tempo, dunque, trascorreva anche per lei!
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Quasi impazz per quella scoperta e rifiut testardamente l'idea di dover perdere un giorno tutta la sua sfolgorante bellezza. Per prima cosa fece distruggere tutti gli specchi, poi cadde in una profonda depressione, finch non le apparve nella camera da letto, quasi per incanto, un bellissimo giovane.
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Rinfrancata dalle lusinghe e dai complimenti del ragazzo, Lucida cerc di sedurlo, ma il giovane la fren, anzi le fece una proposta: trent'anni di giovinezza in cambio della sua anima! Lucida si rese allora conto di trovarsi al cospetto del Diavolo, che aveva preso le sembianze di quel bellissimo giovane. La tentazione per era troppo forte e alla fine accett.
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Trascorsero trenta lunghi anni, Lucida rimaneva sempre giovane e bella mentre tutte le persone intorno a lei invecchiavano; lei continuava a far scivolare la sua futile vita tra i vari amanti e l'ammirazione del suo corpo. Ma, allo scadere del termine, il diavolo venne puntuale a riscuotere il suo debito.
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Era il 14 agosto del 1623. La leggenda racconta che Lucida non appena lo vide fu colta da terrore e sal a perdifiato lungo le scale della torre delle ore, nel disperato tentativo di evitare che la campana battesse i rintocchi della mezzanotte: sarebbe stata la sua condanna a morte.
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Il diavolo fu pi lesto di lei e la raggiunse proprio all'ultimo gradino, la trascin gi lungo le scale e la chiuse dentro la sua carrozza nera, incurante delle grida disperate della donna.
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Poi spron i cavalli e percorse al galoppo sfrenato tutto il perimetro delle mura della citt, mentre lunghe lingue di fuoco uscivano dal cocchio e lasciavano una sinistra scia di fumo rossastro. Tra le urla di terrore della povera Lucida, che fecero accapponare la pelle ai pochi testimoni presenti, e il frastuono degli zoccoli e delle ruote, la carrozza si inabiss con i suoi occupanti in un vicino laghetto.
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Dopo circa duecento anni, intorno a quel bacino venne realizzato l'Orto Botanico di Lucca; ancora oggi, nelle notti di luna piena, si pu distintamente vedere, riflesso sull'acqua, il corpo seminudo di Lucida mentre si specchia il viso.
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25. Il Calderon d'Altopascio.
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L'ordine religioso cavalleresco dei Cavalieri del Tau, probabilmente il pi antico in Europa, venne fondato proprio ad Altopascio intorno all'anno mille.
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I monaci guerrieri erano proprietari e gestori del famoso "Domus Hospitalis Sancti Iacobi de Altopassu", l'ospedale che forniva assistenza e cure ai pellegrini che percorrevano la via Francigena, di cui Alto-pascio rappresentava un centro cruciale. Il loro nome derivava dal simbolo impresso sui loro mantelli neri: una "croce taumata" molto simile alla lettera "tau" greca.
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Questi monaci guerrieri, oltre all'assistenza medica e religiosa ai pellegrini, provvedevano anche alla manutenzione della via Francigena, delle strade adiacenti e delle imbarcazioni da trasporto, nonch alla costruzione e al mantenimento dei ponti.
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Come medici e cerusici, avevano l'obbligo di curare gli infermi tramite una continua e costante ispezione esterna del malato, di effettuare l'esame visivo delle urine, unico esame di laboratorio per l'epoca, e di provvedere all'igiene del corpo e dell'ambiente, al punto da cambiare giornalmente le lenzuola dei letti.
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L'assistenza continua dei pellegrini comportava anche l'impegno di tenere sempre del cibo pronto a disposizione dei viaggiatori: per questo motivo, oltre a porzioni di pane e vino dal chiaro significato eucaristico, i Cavalieri del Tau tenevano sempre sul fuoco un grande pentolone dove cuoceva del cibo caldo, che poteva essere consumato a ogni ora del giorno.
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Si trattava di un minestrone dove si cuocevano cereali, legumi e vegetali; era conosciuto come "il Calderon d'Altopascio" e divenne ben presto il simbolo di tutto lo Spedale e una garanzia di sicurezza alimentare, tanto che la frase "morir di fame ad Altopascio" divenne un sinonimo di assurdit. Perfino Giovanni Boccaccio, nel suo Decamerone, fa un accenno al Calderon d'Altopascio nella novella di Fra' Cipolla e del suo servo Arriguccio.
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26. La vecchia della Burlamacca.
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Narra la leggenda che una vecchia donna, ormai sola e inacidita, vivesse in una modesta casupola ai bordi della Burlamacca, il canale che attraversa Viareggio prima di riversare le sue acque nel mare.
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Questa donna, con l'avanzare dell'et, aveva ormai perso ogni forma di decoro e di ritegno; urlava, sbraitava, litigava con i vicini, malediceva chi le consigliava di riabbracciare la fede nel Signore, offendeva i pescatori che transitavano nel canale con i loro barconi, rincorreva con la ramazza i bambini che giocavano davanti alla sua casa.
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Era ormai conosciuta da tutto il borgo e tutti cercavano, per quanto possibile, di evitarla. Quando scendeva alla fonte per lavare i panni, importunava regolarmente le altre donne che, per reazione, l'avevano lasciata completamente sola a se stessa.
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Un giorno, al culmine di una delle sue crisi, fu vista gettare nelle acque della Burlamacca il proprio rosario mentre gridava strane frasi sconnesse miste a parole blasfeme, fra il ribrezzo dei presenti. Quella sera c'era la luna piena, che illuminava tutto con il suo pallido chiarore. La vecchia intravide due minuscole luci che sembravano roteare fuori dalla finestra; usc subito di casa con la scopa in mano, credendo si trattasse del solito scherzo di ragazzacci, ma all'esterno non c'era nessuno, solo due piccoli lumicini che continuavano a girare formando dei cerchi concentrici.
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La donna rimase incantata da quel magico fenomeno e, quasi fosse stregata, si mise a seguire quelle tracce luminose, senza accorgersi che si stava dirigendo verso il bordo del canale. In un attimo perse l'equilibrio e cadde con un pesante tonfo nella Burlamacca. Si dibatt disperatamente nelle acque e grid chiedendo aiuto, ma nessuno prest attenzione a quelli strilli: tutti si erano ormai abituati ai suoi continui schiamazzi.
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Mor affogata e le due fiammelle sparirono nel nulla, esattamente come erano apparse. Ancora oggi, al flebile chiarore delle notti di luna piena, si pu scorgere il corpo della vecchia donna, che cammina in camicia da notte sul fondo del canale della Burlamacca, tenendo nelle mani il suo rosario.
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27. La castellana e lo stalliere.
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Nel castello di Fosdinovo, verso la fine del 1400, viveva Bianca Maria Aloisia, figlia di Jacopo Malaspina e di Olivia Grimaldi. La giovane era ancora adolescente ma gi in et da marito e i genitori, ricchi possidenti della zona, le stavano cercando un giovane rampollo di una famiglia benestante da poter sposare.
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Bianca Maria si era invece perdutamente innamorata di uno stalliere del castello; il giovane, bello e forte, era per di umile estrazione popolare, quindi non certamente adatto al blasone della bella castellana. Jacopo e Olivia cercarono inutilmente di convincere la figlia a desistere dai suoi progetti amorosi, finch la misero per punizione a pane e acqua nelle segrete del castello.
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Per nulla intimorita, la fanciulla grid ai quattro venti il suo amore per il giovane palafreniere, affinch tutto il popolo del borgo lo venisse a sapere. Per evitare uno scandalo, i genitori decisero allora di licenziare lo stalliere e di far rinchiudere Bianca Maria in un convento.
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La giovane rifiut di prendere i voti e i genitori furono costretti a riportarla al castello, dove venne nuovamente rinchiusa nelle prigioni, ma questa volta fu messa sotto tortura finch non avesse rinnegato quell'amore impossibile. Ormai, per, la "vox populi" si era estesa per tutta la regione e l'amore di Bianca Maria per il palafreniere era gi sulla bocca di tutti.
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Jacopo Malaspina e la moglie Olivia, resisi conto che la volont della fanciulla non poteva essere piegata in nessun modo e che la situazione per un eventuale futuro matrimonio era ormai compromessa, decisero di adottare una decisione estrema e drammatica. Venne fatta circolare al borgo la voce che Bianca Maria fosse improvvisamente morta per cause naturali, mentre in realt la fanciulla venne murata viva in una cella del castello insieme a un cane e un cinghiale, animali che simboleggiavano la fedelt e la ribellione.
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Molte persone da allora hanno visto una figura eterea con dei lunghi capelli vagare per il castello di Fosdinovo, e spesso si sentono dei suoni che assomigliano molto a un pianto di donna.
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Recentemente, durante i lavori di assestamento di un'ala del castello, sono state trovate dietro un muro delle ossa; a un attento esame autoptico  risultato trattarsi dei resti di un essere umano, probabilmente di sesso femminile, e di due animali.
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28. Gli amanti della marchesa.
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Il castello di Fosdinovo  stato protagonista indiretto di un'altra leggenda, avvenuta oltre un secolo dopo la precedente: quella della bella Cristina.
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La marchesa Cristina Pallavicino aveva perduto il marito, Ippolito Malaspina, in circostanze drammatiche: era stato ucciso a causa di una squallida faida familiare, per motivi di interessi e di spartizioni delle propriet della casata. Da allora il cuore di Cristina si era indurito e i sentimenti della ancor giovane e bella castellana erano diventati aridi e insensibili.
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La marchesa ebbe dapprima una relazione con un ufficiale delle sue guardie, dalla quale sembra sia nato un figlio, poi cominci sempre pi assiduamente a frequentare uomini giovani. Cristina prediligeva i popolani, i viandanti, i pellegrini, gli operai, in genere coloro che si fermavano al castello per brevi lavori o per riposarsi; tutte persone che nessuno sarebbe mai venuto a ricercare.
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Dopo una o pi notti d'amore, la giovane marchesa faceva sparire i loro corpi dentro una botola situata sul pavimento della camera da letto e, da quel momento, degli amanti non si sarebbe pi avuta notizia. Oggi quella botola  ancora perfettamente visibile, mentre la stanza sottostante era la camera delle torture, dove i poveretti precipitavano e dove probabilmente i soldati del castello li finivano.
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In tempi recenti, una figura incorporea con un lungo mantello scuro e un cappuccio che le copre il volto  stata vista attraversare quelle stanze, da muro a muro, scivolando senza quasi toccare terra.
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29. Il boscaiolo blasfemo.
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Nel villaggio di Gaggio, poco lontano dal borgo di Podenzana, viveva un boscaiolo, conosciuto da tutti per i suoi modi rudi e villani.
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Era un uomo brutale con la moglie e con i figli, specialmente quando aveva bevuto troppo, era scorbutico e prepotente con gli altri taglialegna e artigiani della zona, con i quali intratteneva rapporti solo essenziali.
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Un altro deprecabile difetto dell'uomo era quello di essere un gran bestemmiatore; ateo convinto, il boscaiolo non perdeva mai occasione per offendere Santi e Madonne, anche in presenza di bambini e di timorati di Dio, come frati, preti e monache.
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Secondo la leggenda popolare, una mattina il tagliaboschi era uscito di buon'ora per far legna; era salito sopra la collina dove si trovava
un folto castagneto, armato di ascia, di sega e di un capiente zaino in vimini che teneva sulla schiena, assicurato con due strisce di cuoio.
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Il lavoro era duro, come sempre del resto, ma quella mattina il boscaiolo aveva trovato una particolare resistenza nel tagliare uno spesso tronco di un castagno abbattuto poco prima.
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All'inizio l'uomo cominci a imprecare a ogni colpo di ascia, poi non si trattenne pi e, davanti a quell'opposizione che lo faceva affaticare pi del previsto, inizi a sciorinare tutto il suo repertorio di moccoli, con un particolare riferimento alla Madonna.
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L'ascia non era sufficiente per spaccare quel tronco, cos decise di prendere la sega e, dopo un'ennesima bestemmia all'indirizzo della Vergine, inizi a recidere il legno con tutta la rabbia che aveva in corpo.
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Ma non appena ebbe fatto una prima incisione, ud come un lamento provenire dal tronco; subito si arrest, asciugandosi la fronte, e pens che doveva essere davvero molto stanco per sentire le voci nel bosco!
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Riprese il lavoro e percep ancora un gemito, questa volta pi forte, come se qualcuno si stesse lamentando; si blocc di nuovo e tese l'orecchio verso il legno. Una voce femminile usc chiara e nitida dal tronco: "Perch mi fai male?", e nello stesso tempo, tra le pieghe della corteccia che avvolgeva il ceppo, si deline in modo chiaro l'immagine del volto della Madonna che piangeva.
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L'uomo sobbalz all'indietro spaventato, buttando in aria ascia, sega e canestro; poi, ancora sconvolto, fortemente scosso e sinceramente pentito, corse a perdifiato verso casa per raccontare a tutti l'accaduto.
In quel punto venne eretto il Santuario della Madonna del Gaggio, che ancora oggi conserva gelosamente al suo interno una parte del tronco del castagno miracoloso.
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Nelle terre di Pisa. (Livorno ed Elba).
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30. Il fantasma della seta.
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Teresa della Seta Bocca Gaetani era una nobildonna pisana vissuta nel XVIII secolo, che trascorse quasi interamente la sua esistenza nella villa di Corliano, a San Giuliano Terme. A diciannove anni spos il conte Cosimo Baldassarre Agostini e si trasfer con il marito a Corliano; da quel momento l'amore per quel palazzo e per il suo parco fu tale che non lo abbandon mai pi, fino alla sua morte.
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Amante del giardinaggio, si occup personalmente dei fiori e delle piante; cur inoltre in prima persona l'arredamento di ogni singola stanza della dimora, fino ai minimi dettagli, e non disdegn neanche di presenziare alla preparazione dei cibi in cucina.
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La villa rappresentava tutto il suo mondo e Teresa si era talmente immedesimata in quella vita e in quei luoghi al punto da esserne ormai parte integrante: non vi era angolo, rifugio o ambiente dove non si individuasse il suo tocco personale.
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Il vero problema, per, si manifest al momento della sua morte. Si ebbe fin da subito la netta sensazione che lo spirito di Teresa della Seta non volesse proprio saperne di abbandonare la villa di Corliano: oggetti, arazzi e mobili, se spostati, venivano misteriosamente rimessi al loro posto durante la notte. Inoltre, si udiva il rumore di piccoli passi che si muovevano da una stanza all'altra, come di una donna che calzasse scarpette coi tacchi, in cerca di qualcosa o di qualcuno.
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Invece di diminuire, i fenomeni si moltiplicarono con il trascorrere del tempo: leggere carezze sul volto degli ospiti, piccole risatine divertite che si materializzavano dal nulla, un corpo velato di bianco che camminava di notte nei giardini, persino una carrozza bianca trainata da sei cavalli che procedeva lungo i viali del parco nelle notti di plenilunio.
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Molti esperti e gruppi di parapsicologia si sono alternati nell'effet-tuare sofisticati esperimenti all'interno della villa, con risultati sorprendenti; l'unica cosa certa  che la bella Teresa della Seta continua tranquillamente a vivere nella sua villa di Corliano.
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31. La leggenda di Kinzica.
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A Pisa il personaggio di Kin-zica de' Sismondi  molto conosciuto e amato, tanto che ancora oggi una fanciulla, circondata da damigelle, alfieri e tamburi, la rappresenta al centro del corteo storico pisano nella Regata delle quattro Repubbliche Marinare.
Anche uno dei quattro quartieri storici nei quali era suddivisa la citt prendeva proprio il nome di "Kinzica" e corrispondeva alla zona dei mercanti, sulla riva sinistra dell'Arno, quella esposta a "Mezzogiorno", dove sembra sia avvenuta questa storia.
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Kinzica era la figlia di una ricca e nobile famiglia pisana, i Sismondi. La leggenda narra che in una notte del 1004 la giovane si svegli all'improvviso richiamata da alcuni rumori sospetti; affacciatasi alla finestra not dei bagliori di fuoco in direzione della foce d'Arno e si rese subito conto che la citt era in preda a un grave pericolo.
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Le truppe del terribile sultano musulmano Mujahid stavano infatti cercando di penetrare nella parte meridionale della citt, mettendo a ferro e fuoco un intero quartiere, approfittando delle tenebre e cogliendo di sorpresa i cittadini, nel sonno. Kinzica corse a perdifiato ad avvertire i Consoli della citt, che fecero suonare a distesa tutte le campane; i pisani presero le armi e riuscirono a respingere definitivamente in mare i musulmani, i quali risalirono sulle loro navi e non si fecero pi vedere.
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Da allora Kinzica  considerata un'eroina della citt. In suo onore, venne collocata su un piedistallo una statua romana che fu ritoccata con i suoi lineamenti; la statua  attualmente visibile in via San Martino.
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32. Le unghiate del diavolo.
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Lungo la fiancata del Duomo di Pisa, quella che guarda il Camposanto,  stata murata una pietra marmorea di chiara origine romana. La pietra presenta decorazioni con motivi floreali, ma la superficie  stata fortemente corrosa dalle intemperie, tanto da presentare una serie di fenditure alquanto allungate che, con un poco di fantasia, potrebbero assomigliare a delle unghiate.
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Secondo la leggenda popolare queste unghiate furono lasciate dal diavolo in persona, che cercava in tutti i modi di impedire la costruzione di un Duomo cos grande e cos bello. Vennero perci chiamate "le unghiate del diavolo".
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La curiosit consiste nel fatto che il numero delle unghiate varia "quasi per dispetto" ogni volta che si contano, anche perch mentre alcune sono decisamente profonde, altre sono meno marcate e quindi visibili solo in alcune ore del giorno, con la luce radente. Era consuetudine dei genitori di portare i propri bambini a contarle... e il risultato non era mai lo stesso!
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Rimane comunque impressionante la rassomiglianza tra questa storia pisana e quella delle "api che non si contano" di piazza Santissima Annunziata a Firenze.
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33. Quattro Mori.
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Quando il granduca Ferdinando I dei Medici fece costruire verso la fine del Cinquecento la piccola darsena, proprio davanti alla porta Colonnella della possente cinta muraria della citt, inizi l'inarrestabile ascesa del porto di Livorno, fortemente voluta dai Medici, a danno di quello di Pisa.
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Il porto pisano era gi stato danneggiato dal progressivo interramento causato dall'avanzare della foce dell'Arno; tuttavia, da quel momento ebbe inizio e si consolid la fiera e feroce rivalit tra le due citt marinare.
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Su quella piazza Ferdinando ordin di costruire una statua in suo onore, con l'uniforme di Gran Maestro dei Cavalieri di Santo Stefano.
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Il monumento doveva sancire la supremazia di Livorno su tutta la costa toscana ma doveva anche celebrare le vittorie sui pirati barbareschi che imperversavano con le loro scorrerie in tutto il Mediterraneo. Giovanni Bandini fu incaricato di realizzare la statua in marmo del granduca, che venne posta sopra un piedistallo, mentre in seguito Pietro Tacca fu incaricato di forgiare in bronzo le statue di quattro prigionieri "mori" incatenati agli angoli del monumento.
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La leggenda vuole che il maestro Tacca si fosse recato personalmente nelle prigioni livornesi per perfezionare gli studi anatomici sui corpi degli schiavi, tanto che nelle fattezze di uno dei "quattro mori" venne poi identificato un certo Morgiano.
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Le statue dei "quattro mori", molto realistici, perfetti nella plasticit e nella torsione dei corpi, con volti dalle smorfie espressive dovute alla rabbia e all'umiliazione della prigionia, ebbero fin dall'inizio un clamoroso successo tra i cittadini livornesi. Ben presto, quella "parte" del monumento divenne il simbolo di tutta la citt.
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La statua del granduca, al confronto, appariva infatti troppo statica, con l'aria spavalda e per di pi in posa; quindi pass subito in secondo ordine.
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La leggenda narra che, essendo i "quattro mori" incatenati ognuno a un angolo del basamento, non sembrerebbe possibile poterli vedere tutti e quattro nello stesso momento e dal medesimo punto di osservazione. Non  cos: esiste infatti un luogo nella piazza, un solo luogo ben preciso, da dove, grazie anche alle torsioni dei loro corpi,  possibile ammirare nello stesso tempo i nasi dei "quattro mori".
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34. La leggenda di Ercole Labrone.
(liberamente tratto dal racconto di Gastone Razzaguta).
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Quando il Signore cre il mondo, si rese conto che quella terra era paludosa, maleodorante e piena di zanzare. Allora il Signore fece venire un vento forte dall'Africa per purificare quella terra e lo chiam "Libeccio".
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Una volta purificata, il Signore fece venire in quella terra un uomo grande e forte chiamato Ercole e soprannominato "Labrone", per via delle sue grosse labbra. Il Signore diede a Ercole una clava per difendersi e una zappa per scavare i canali che dovevano prosciugare le paludi.
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Dopo anni di duro lavoro, i canali alla fine comunicavano fra loro, la terra si rassodava e cominciava a dare i frutti. Il Signore si accorse che Ercole era solo e stanco e pens di mandargli degli aiuti; cos arrivarono sei uomini con dei nomi buffi, tutti con la testa rapata e tutti fuggiti dalle prigioni. Ercole li costrinse a collaborare e a lavorare con lui.
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Alla fine Ercole Labrone, ormai vecchio e stanco, mor e il Signore volle che quella terra fosse chiamata "Labrone". Il Signore ordin ai sei uomini di costruire su quella terra un castello che ebbe quattro torri merlate e un grande portone d'ingresso. Quel castello era il primo nucleo di Livorno e i suoi abitanti si chiamarono "labronici".
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35. Da Cerbonio a San Gerbone.
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Cerbonio era nato nell'Africa settentrionale da genitori cristiani. A causa delle persecuzioni dei Vandali si imbarc verso la penisola italica, dove sbarc sulle coste toscane insieme a Regolo e Felice.
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Trascorse alcuni anni di vita da eremita e dopo la drammatica morte di Regolo, decapitato con l'accusa di proteggere i Bizantini, la popolazione di Populonia lo volle come nuovo vescovo della citt. Cerbonio alla fine accett, anche se non senza riluttanze; infatti quelli erano tempi difficili per i cristiani, soggetti alle sempre pi frequenti incursioni dei barbari, Goti e Longobardi su tutti.
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Per una serie di motivi fu chiamato a Roma da Papa Virgilio, che invi i suoi emissari a prelevarlo. Durante il viaggio comp due miracoli: munse due cerve, il cui latte fece sopravvivere i suoi compagni di viaggio, e guar tre uomini che erano stati colpiti da una febbre letale. Il Papa venne informato di questi prodigi e lo accolse andandogli incontro e abbracciandolo.
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Ritornato a Populonia, Cerbonio dovette subire l'incursione dei Goti, che lo accusarono di proteggere i Bizantini. Come era accaduto a Regolo, lo condannarono a morte. Il crudele re Totila ordin che Cerbonio fosse condotto nel bosco del Campo del Merlo, dove viveva un feroce orso, per essere sbranato.
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L'orso fiut subito la presenza dell'uomo, fece l'atto di assalirlo ma poi, miracolosamente, abbass il capo e and a leccargli i piedi. Totila, notevolmente scosso dall'accaduto, ordin l'immediata liberazione del vescovo Cerbonio.
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Anni dopo ci fu un'ennesima invasione dei barbari, questa volta da parte dei Longobardi, e Cerbonio fu costretto a rifugiarsi nella vicina Isola d'Elba, protetta dai Bizantini. Ormai vicino alla morte, il vescovo chiese di essere sepolto in una piccola chiesa nella terraferma, nel golfo di Baratti.
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Pur dovendo incunearsi nel cuore del territorio controllato dai Longobardi, i fedeli procedettero sul mare senza alcun problema, anche perch protetti da una fitta nebbia. Giunsero nel golfo di Baratti e la nebbia li aiut ancora, divenendo sempre pi fitta e impenetrabile.
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Divenuti praticamente invisibili alle pattuglie longobarde, i fedeli poterono cos seppellire nella cappella il corpo del vescovo e ritornare all'Elba in tutta tranquillit. Fu l'ultimo miracolo di colui che oramai era divenuto per tutti San Cerbone; quella piccola chiesa esiste ancora, si trova proprio sotto Populonia ed  chiamata "la Cappella di San Cerbone".
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In seguito la diocesi vescovile venne trasferita a Massa Marittima e anche la salma del santo venne tumulata nella Cattedrale di quella citt, della quale divenne il santo protettore col nome di "San Cerbone l'africano".
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36. La spiaggia dell'Innamorata.
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Poco lontano da Capoliveri, si trova una bella spiaggia di ghiaia mista a sabbia, ben riparata da due isolotti, le Gemini, che ha dato vita alla forse pi conosciuta leggenda di tutta l'isola d'Elba.
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In quelle terre si tramanda infatti la leggenda di due giovani amanti, Maria e Lorenzo, il cui amore era ostacolato dalle rispettive famiglie a causa del loro differente livello sociale. I due amanti si erano incontrati per la prima volta proprio su quella spiaggia, che per via della vicinanza con Punta Calamita e delle miniere di ferro era in origine chiamata "Cala de lo fero".
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Lorenzo era intento con altri pescatori a mettere in salvo le barche dai marosi, mentre lei osservava la scena dal sentiero che portava sulla collina. Bast uno sguardo e fu amore a prima vista. Maria e Lorenzo continuarono da quel giorno a incontrasi su quella spiaggia, lontani dagli sguardi dei parenti e del popolo di Capoliveri; divenne in breve tempo il loro rifugio segreto, il nido d'amore.
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Nello stesso periodo, per, le coste della Toscana erano infestate dal terribile corsaro Barbarossa, che comandava i pirati saraceni, protagonisti di selvagge razzie e di atti criminosi in diverse citt lungo il litorale.

La leggenda narra che nel pomeriggio del 14 luglio del 1534 i due innamorati si fossero dati appuntamento, come al solito, a Cala de lo fero. Lorenzo era arrivato con un certo anticipo, con l'intenzione di chiedere in moglie la sua amata; Maria si era appena affacciata dall'alto della collina e stava per iniziare a discendere il tortuoso viottolo, quando not sulla spiaggia una scialuppa appena approdata, da cui era sceso un agguerrito gruppo di pirati saraceni.
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Da quella posizione sopraelevata ebbe la forza di vedere, senza poter minimamente intervenire, una sequenza raccapricciante e drammatica: i corsari avevano infatti aggredito il povero Lorenzo, che si era difeso con tutte le sue forze ma era alla fine caduto sotto i colpi dei malviventi. Questi lo avevano poi trascinato sulla scialuppa ed erano ripartiti in tutta fretta verso la nave pirata ormeggiata al largo.
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Mentre scendeva a rotta di collo lungo quel sentiero con il cuore in gola, Maria ebbe anche il tempo di vedere il corpo ormai inanimato del suo Lorenzo che veniva gettato in mare; presa dalla disperazione, la giovane ebbe la forza di lanciarsi tra le onde del mare per andare a raggiungere per sempre il suo grande amore. Nella corsa perse lo scialle bianco, che and a impigliarsi sopra uno scoglio, da quel giorno chiamato "Ciarpa".
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Circa un secolo dopo, Domingo Cardenas, nobile spagnolo decaduto, diseredato e costretto all'esilio, si era stabilito a Capoliveri con la sua famiglia. Durante una passeggiata nella Cala de lo fero ebbe la visione chiara e nitida del corpo evanescente di una fanciulla che vagava con aria disperata lungo la spiaggia, alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.
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Rimase fortemente impressionato da quell'immagine e si rese immediatamente conto che ci che aveva appena visto altro non era che la trasposizione della leggenda di Maria e Lorenzo, tramandata dai pescatori locali.
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Uomo di poche ricchezze ma di grandi sentimenti, Domingo Cardenas decise da quel momento di organizzare, la sera di ogni 14 luglio, una fiaccolata lungo la spiaggia, per ricordare e onorare quella bellissima storia d'amore e per permettere allo spirito di Maria di ritrovare il corpo del suo amato Lorenzo.
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Ancora oggi quella tradizione viene puntualmente tramandata dagli abitanti di Capoliveri, con un corteo storico che giunge fino allo "scoglio della ciarpa" e migliaia di torce che illuminano a giorno quella che  ormai stata ribattezzata "la spiaggia dell'Innamorata".
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37. Le sette gemme del Tirreno.
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La leggenda narra che Afrodite nacque uscendo completamente nuda dalla schiuma delle onde del mare. Afrodite era la dea dell'amore, della bellezza e della sessualit, la Venere dei romani, alla cui persona venivano attribuite virt, leggende e tanti amori. Il suo nome deriva dal greco afros, che significa appunto "schiuma del mare".
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Una volta uscita dalle acque, mentre procedeva a lenti passi verso la spiaggia dove l'attendeva Eros, il dio dell'amore, Afrodite cerc di allacciarsi al collo la collana di perle che Paride le aveva donato. Il filo si ruppe e lei riusc a trattenere nelle mani gran parte del monile, ma sette perle le scivolarono tra le dita cadendo nell'acqua.
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Le sette perle non affondarono ma rimasero a galla in superficie, quasi che fossero incastrate tra le onde del mar Tirreno. Poi, come per incanto, germogliarono, si svilupparono e si trasformarono in sette splendide isole che da allora sono diventate le "perle" dell'arcipelago toscano.
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Capraia, Elba, Giannutri, Giglio, Gorgona, Montecristo e Pianosa: la prorompente e incontenibile bellezza di Afrodite era riuscita cos a generare il superbo fascino e lo splendore delle isole toscane.
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38. La Madonna del Frassine.
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Il Santuario della Madonna del Frassine si trova lungo la strada che da Suvereto conduce a Monterotondo Marittimo e rappresenta uno dei pi conosciuti e venerati luoghi di culto di tutta la Maremma.
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La leggenda narra che in quella zona, nel lontano 1252, stesse fuggendo un monaco dell'Abbazia di San Pietro in Palazzuolo, portando con s la sacra statua in legno della Madonna, scolpita nel quinto secolo su prezioso cedro del Libano e giunta in Europa dopo varie traversie. Quel frate stava fuggendo poich i Pannocchieschi avevano incendiato e distrutto il suo convento, i suoi confratelli si erano separati nella fuga e lui cercava di salvare il prezioso reperto.
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Giunto in quel luogo e oramai stremato dalla stanchezza e dalla paura, temendo di essere inseguito, il religioso decise di nascondere la statua della Madonna tra i rami di un frassino.
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Per oltre un secolo di quella preziosa statua non si ebbe pi alcuna traccia. Tutti erano ormai convinti che fosse andata distrutta nell'incendio dell'Abbazia, finch non accadde un episodio davvero particolare.
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Folco era un contadino che portava a pascolare ogni giorno la sua mandria proprio su quei campi; l'uomo aveva notato che uno dei suoi animali, un vitello, si allontanava al mattino dal branco per far poi ritorno la sera, subito prima di rientrare nella stalla.
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Incuriosito per l'episodio, che si ripeteva puntualmente ogni giorno, Folco decise di seguire l'animale e not che questi si dirigeva verso il vicino bosco per poi andare a inginocchiarsi davanti a un frassino.
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Meravigliato e sconcertato, il pastore cerc allora tra i rami del frassino e trov con sua grande sorpresa la sacra immagine della Madonna scolpita nel cedro. Si grid al miracolo e l'episodio fece un grande scalpore in tutta la zona, tanto che cominciarono ad arrivare molti pellegrini da diverse parti della Maremma. Si decise perci di costruire in un primo momento una cappella per custodire la sacra immagine, mentre solo in seguito si edific una chiesa.
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All'interno del Santuario della Madonna del Frassine oggi si pu ammirare la sacra statua della Vergine collocata sopra un tronco di frassino; la leggenda vuole che sia proprio quello originario dove venne ritrovata l'immagine della Madonna.
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Nelle terre di Maremma.
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39. L'albero della fecondit.
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Nel centro storico di Massa Marittima, l'antica "Massa di Maremma", nel Terziere di Cittavecchia, poco prima di entrare nella bellissima piazza dove si affacciano la cattedrale di San Cerbone, il Palazzo Comunale e il Palazzo Pretorio, si incontra sulla destra il Palazzo dell'Abbondanza, costruito nel XIII secolo come magazzino e utilizzato come granaio della repubblica.
Al di sotto del palazzo sorgono le Fonti dell'Abbondanza, che rappresentavano il principale punto di approvvigionamento dell'acqua per la citt. L'edificio  costituito da un ampio ambiente con grandi vasche sovrastato e quasi protetto da tre robusti archi a sesto acuto, sopra i quali  stato innalzato il sovrastante "Magazzino del grano".
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Sulla parete che si alza in fondo alle vasche  stato dipinto verso la fine del Duecento un grande affresco, che rappresenta un imponente albero rigoglioso, ricolmo di rami e di foglie, sotto il quale alcune donne cercano di coglierne i frutti; due di loro sembrano addirittura accapigliarsi, mentre alcuni corvi neri volteggiano minacciosi.
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La curiosit, in realt davvero particolare, consiste nel fatto che, a un pi attento esame dei rami dell'albero, si possono chiaramente notare una ventina di falli maschili, in piena erezione, che pendono dalle foglie!

Appare evidente il significato augurale di fertilit attribuito all'organo maschile, per auspicare abbondanza dei raccolti e per scongiurare carestie. Non  stato invece del tutto chiarito ancora dagli esperti di arte medievale il significato delle donne che cercano in tutti i modi di accaparrarsi quei "particolari frutti".
Questo singolare affresco ha contribuito a far chiamare tutto l'edificio "Le fonti dell'Abbondanza".
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40. Il pozzo dell'innocente.

A Massa Marittima, appena usciti dalla bellissima piazza dove sorge il Duomo di San Cerbone, dopo aver superato il Palazzo Pretorio e il Palazzo Comunale, si pu scendere per una stradina che immette a destra nel "Vicolo Porte", nel Terziere di Borgo, una delle pi belle e caratteristiche strade della citt, che ha mantenuto intatto l'originario stile medievale delle sue costruzioni.
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Su questo vicolo si affacciano diverse botteghe di artigiani e antiche osterie, tutte ricavate dalle originarie cantine dei palazzi trecenteschi sovrastanti, che presentano il loro ingressi sulla via della Libert, parallela al vicolo ma a un livello stradale superiore. Risalendo a passo lento il vicolo, all'incirca a met del percorso, si trova sulla sinistra un antico pozzo, quasi incavato in un fabbricato; una lapide ricorda un efferato episodio avvenuto in quel luogo nel 14esimo secolo.
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Balduccio Pannocchieschi era il figlio tredicenne nato dalla relazione, poi regolarizzata con il matrimonio, tra Nello Pannocchieschi e Margherita Aldobrandeschi, i quali andarono a dimorare per un lungo periodo in un loro palazzo di Massa.
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Nello, come abbiamo riportato in un altro racconto, era stato sposato in prime nozze con la sventurata Pia dei Tolomei, che fece poi uccidere in circostanze drammatiche nel Castel di Pietra, per poter convolare a nuove nozze con l'amata Margherita.
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Questo nuovo matrimonio aveva per scombinato i precari equilibri che si sorreggevano su intese e alleanze basate su interessi momentanei; aveva infatti scontentato diversi personaggi influenti al punto che la famiglia Orsini, forse finanziata dai fiorentini e da papa Bonifacio VIII, assold dei sicari.
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Narra la leggenda che gli sbirri degli Orsini attesero il momento propizio per agire; colsero di sorpresa il povero Balduccio in un momento in cui non era protetto dagli uomini del padre e lo gettarono nel pozzo facendolo annegare.
L'evento ebbe un grande rilievo nella popolazione di Massa di Maremma e da quel giorno il luogo viene chiamato "Il pozzo dell'innocente".
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41. Il lago dell'Accesa.
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A pochi chilometri da Massa Marittima, scendendo a valle verso il mare, si trova il piccolo lago dell'Accesa, sulle cui sponde sorge un vasto parco archeologico, dove recentemente sono stati rinvenuti numerosi reperti di epoca etrusca. Nella zona, infatti, era stato creato in quell'epoca un villaggio, poich nelle vicinanze si trovavano alcune miniere di argento, piombo e ferro. Il borgo etrusco veniva perci utilizzato dagli abitanti per la lavorazione dei metalli.
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La leggenda invece narra che in tempi lontani vi sorgesse una ridente e fertile vallata, nella quale i contadini lavoravano duramente dall'alba al tramonto prima di rientrare, a sera, nelle loro case del villaggio. Il proprietario di quei terreni era un uomo corpulento e burbero chiamato "il Turco", che si preoccupava soltanto del raccolto dei propri campi e del relativo guadagno che ne poteva ricavare.
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Durante un'estate, il Turco si accorse che il raccolto del grano era particolarmente abbondante e, non ancora soddisfatto dell'imminente profitto, costrinse i suoi contadini a effettuare la trebbiatura anche nel giorno di Sant'Anna, protettrice dei mietitori, perci da sempre dedicato al riposo e alla preghiera.
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Era il 26 luglio del 1218. Narra ancora la leggenda che dopo un'intensa mattinata di lavoro, verso la met del giorno, il cielo all'improvviso si copr di nuvoloni minacciosi e tutta la valle dell'Accesa si oscur; inizi una pioggia torrenziale mentre tuoni e fulmini scuotevano tutta la zona.
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Si scaten un vero e proprio ciclone; i contadini cercarono riparo nei boschi vicini o nelle loro case ma all'improvviso si apr una voragine sotto i loro piedi che in un attimo inghiott tutto: contadini, cavalli, buoi, attrezzi da lavoro, mietitura e perfino le case del villaggio. Le grida disperate di terrore furono soffocate solo quando tutta la valle venne ricoperta da un lago di acque melmose, piene di rottami e di corpi inanimati. Un agghiacciante silenzio di morte e distruzione si abbatt sull'Accesa.
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Ancora oggi nel giorno di Sant'Anna, se ci si avvicina alle sponde del lago, si possono udire in lontananza le grida soffocate dei contadini, gli zoccoli degli animali e il suono delle campane dell'antico villaggio, provenienti dai fondali melmosi.
Da recenti studi si  accertato che l'effettiva origine del lago dell'Accesa  da attribuirsi a un repentino sprofondamento del terreno causato dalla presenza di una sorgente sotterranea.
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42. Il castello di Cotone.
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Il borgo fortificato di Cotone, che attualmente si trova nel territorio del comune di Scansano, fu edificato nell'alto Medioevo per poi venire ulteriormente rafforzato, fino a trasformarsi alla fine del Duecento in un vero e proprio castello. La famiglia Maggi ne era da sempre proprietaria e controllava tutta la zona circostante, in fiera opposizione ai potentissimi Aldobrandeschi.
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Intorno alla met del Trecento i Maggi sottomisero il castello di Cotone, insieme a quello di Montep, alla repubblica senese, della quale divenne un possente apparato difensivo. Con la caduta di Siena ad opera dei fiorentini, verso la fine del Cinquecento il castello venne annesso al Granducato di Toscana; nel corso del XVIII secolo venne definitivamente abbandonato dopo una progressiva e incessante diminuzione demografica. Oggi restano visibili solo i ruderi della cinta muraria, dalla caratteristica forma triangolare, e parte dell'originario insediamento urbano fortemente danneggiato.
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La leggenda invece ci tramanda che le cause dell'abbandono del castello furono ben diverse da quelle storicamente riconosciute.
Si narra infatti che gli abitanti di Cotone tenessero un comportamento assai poco conforme alle rigide norme cristiane dell'epoca; si parlava di condotte immorali e di alcune feste dissolute nelle quali veniva praticato il "ballo angelico", una sorta di gran serata danzante nella quale tutti si esibivano completamente nudi.
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La voce giunse all'orecchio del vescovo, che decise di inviare un proprio emissario per verificare cosa stesse realmente accadendo a Cotone. Ma il delegato episcopale venne brutalmente cacciato dal castello. Il vescovo decise allora di andare
a parlare personalmente con il popolo della fortezza, nel tentativo di riportare alla rettitudine tutti gli abitanti del borgo. Anche lui per venne bloccato: i castellani non accettavano alcuna interferenza nel loro modo di vita, perci si indispettirono, rinchiusero il povero vescovo in una botte e lo gettarono nel torrente Senna.
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Dopo un lungo pellegrinare, alla fine la botte arriv nelle acque del fiume Ombrone, per andare poi a incastrarsi sotto l'arcata di un ponte nel borgo di Istia. Quasi per miracolo, in quel preciso istante, le campane della chiesa iniziarono a suonare a distesa, come per avvertire la popolazione che "c'era qualcosa di importante da fare"!
Ben presto ci si accorse di quella strana botte bloccata sotto il ponte e del "prezioso contenuto" che racchiudeva; il prelato venne immediatamente tratto in salvo, assistito e curato.
La vendetta del vescovo fu tremenda e implacabile: diede ordine ai propri armigeri di distruggere il castello di Cotone e di disperderne gli abitanti.
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43. La tomba mezza dentro e mezza fuori.
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Domenico Tiburzi, comunemente chiamato "Domenichino",  stato sicuramente il pi famoso e amato bandito della Maremma. Vissuto a cavallo dell'Unit d'Italia, "oper" prevalentemente nella seconda met del secolo, sporcando la sua fedina penale con omicidi, aggressioni, estorsioni, furti e rapine.
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Ma Domenico Tiburzi divenne celebre anche per aver instaurato una vera e propria "legge del brigantaggio", che tendeva a porre rimedio alle ingiustizie della societ; pretendeva una "tassa" dai grandi proprietari terrieri per garantirne la protezione, assisteva i villaggi e le famiglie pi bisognose con parte del bottino delle estorsioni e ruberie, combatteva tutti coloro che usavano la cattiveria e la prepotenza per raggiungere i loro fini, uccideva per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Per questi motivi fu amato e rispettato dal popolo maremmano, per il quale divenne una vera e propria leggenda e fu considerato come un autentico eroe.
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Visse alla macchia, in assoluta latitanza per ventiquattro anni, ma trov anche il tempo di sposarsi e di avere due figli. Si un con altri tre banditi per formare quella che sarebbe stata celebrata da tutti come "la banda del Tiburzi". Venne ucciso vicino a Capalbio nel 1896 dai Carabinieri, dopo una lunga e serrata caccia all'uomo.
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La leggenda vuole che il curato di Capalbio avesse rifiutato il funerale e la sepoltura di Domenichino nella terra consacrata del cimitero, a causa dei suoi precedenti criminosi; ma la popolazione si mobilit e pretese una dignitosa tumulazione per il loro "benefattore". Dopo un lungo braccio di ferro si arriv a un compromesso: la bara sarebbe stata interrata nel cimitero ma... "per met dentro e per met fuori"!
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Si procedette quindi a scavare una fossa dove si apriva il cancello d'ingresso e si depose la bara facendo bene attenzione che il bacino e gli arti inferiori del bandito fossero all'interno del muro di cinta, mentre il busto e la testa, "per via dell'anima", dovevano restare all'esterno.
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Da allora il cimitero di Capalbio si  notevolmente ingrandito; l'originale tomba di Domenichino  andata perduta, ma al suo posto oggi sorge una lapide commemorativa, murata su un tronco di colonna romana e sovrastata da una croce di ferro.
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44. Il prato della contessa.
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Tra le due vette pi alte del Monte Amiata, il Sasso di Maremma e il Poggio della Montagnola, nel comune di Casteldelpiano si estende un vasto pianoro completamente ricoperto dal prato, sul quale si affacciano foreste di faggi e abeti di alto fusto. Questo altopiano ha preso il nome di "Prato della Contessa" poich la leggenda vuole che sia stato protagonista di una celebre storia d'amore maturata in terra di Maremma.
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Gherarda degli Aldobrandeschi, contessa di Cana, era una fanciulla abilissima nel cavalcare e trascorreva il suo tempo tra il castello di famiglia e l'Abbazia di San Salvatore, dove era molto amata e coccolata dai monaci benedettini. Quando era libera, per, Gherarda dava sfogo alla sua passione per i cavalli, effettuando lunghe galoppate per i boschi o andando ad assistere ai tornei cavallereschi che venivano organizzati nelle citt vicine.
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Fu proprio durante uno di questi tornei, forse a Buonconvento, che conobbe Adalberto, un piccolo feudatario di Chiusi, e fu amore a prima vista per entrambi.
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Il loro amore tuttavia era fortemente contrastato dai genitori di Gherarda, che era stata gi da tempo promessa in sposa al nobile e potente Orsino Orsini conte di Pitigliano, un matrimonio estremamente conveniente e opportuno per la famiglia Aldobrandeschi.
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La fanciulla non si perse d'animo e si prodig con ogni mezzo nell'escogitare le occasioni per poter rivedere Adalberto: organizz feste, tornei e raduni cavallereschi. Durante una di queste lunghe cavalcate a fianco del suo amato, Gherarda not una bellissima radura, particolarmente confortevole e invitante, ma soprattutto lontana da occhi indiscreti.
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I due amanti decisero che sarebbe stato il luogo ideale per i loro romantici convegni e da quel giorno Gherarda e Adalberto si incontrarono in quel pianoro tutte le volte che era possibile. La radura prese per questo motivo il nome di "Prato della Contessa".
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La leggenda non riporta per quanto tempo dur l'amore dei due giovani; l'unica notizia sicura  che la famiglia Aldobrandeschi alla fine obblig Gherarda a sposare Orsino Orsini e che la fanciulla si ritir delusa e amareggiata nell'Abbazia di San Salvatore, nell'attesa del matrimonio. Adalberto a sua volta, distrutto dal dolore, decise di partire per le crociate in Terra Santa e di lui non si seppe pi nulla; molto probabilmente fu ucciso in battaglia.
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Si racconta che Gherarda, negli anni successivi, fosse solita effettuare lunghe cavalcate solitarie recandosi sempre e immancabilmente al "suo" Prato della Contessa, in ricordo di quel grande e indimenticabile amore.
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45. I giorni della merla.
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Per consuetudine, sembra che questa leggenda abbia avuto origine in Lombardia, nella zona compresa tra Milano e Lodi. Sono state invece trovate tracce dello stesso racconto anche in Maremma, nelle vicinanze di Santa Fiora; si tratta di una narrazione non scritta ma tramandata per via orale di generazione in generazione.
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La leggenda narra di una terribile notte di temporale, con un freddo "diaccio marmato", mentre la neve aveva imbiancato ogni cosa, campi, alberi e case. Una coppia di merli volava basso, cercando un luogo adatto per ripararsi; entrambi erano bianchi e quasi si confondevano in mezzo a tutto il candore della neve. A un tratto la merla not, in lontananza, del fumo che si levava dal camino di una grande casa colonica. Prese subito la direzione della fattoria seguita dal suo compagno e poco tempo dopo si ripararono entrambi all'interno del comodo e caldo fumaiolo.
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Restarono l dentro per tre giorni interi, finch non si accorsero che fuori era tornato a splendere il sole. Uscirono sulle tegole del tetto per stirare le ali prima di riprendere il volo ma si accorsero, con grande sorpresa, che erano diventati tutti neri; la fuliggine uscita dal camino per tutto quel tempo aveva macchiato in maniera indelebile il loro piumaggio.
Da quel giorno tutti i merli sono neri, con il becco e le zampe gialle; da quel giorno gli ultimi tre giorni del mese di gennaio, il 29, il 30 e il 31, sono considerati i pi freddi dell'anno e vengono chiamati "i giorni della merla".
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46. La mula di Lamule.
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La Pieve di Santa Maria a Lamula si trova nel territorio di Arcidosso, in direzione di Montelaterone; costruita nel IX secolo come "cella" dell'Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, divenne successivamente il principale centro religioso, economico e amministrativo della parte occidentale dell'Amiata. Il suo nome deriva dalla vicinanza con il borgo di Lamule, proveniente dal tardo latino lame, cio terreno paludoso; la zona infatti era in origine acquitrinosa, ricca di terreni argillosi e di boschi di castagni, in prossimit del fiume Ente.
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La leggenda vuole che un giorno, tra tutti gli animali che seguivano i fedeli e i pellegrini che giungevano anche da paesi lontani, una mula si inginocchi prodigiosamente proprio davanti al portale della chiesa, come se volesse rendere omaggio all'immagine della Madonna. Quando si rialz, i presenti rimasero increduli e meravigliati: la mula aveva lasciato sulla pietra le impronte delle ginocchia anteriori e tutti gridarono al miracolo!
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In effetti, davanti al portale della chiesa si possono distintamente notare ancora oggi due piccoli infossamenti sul lastricato d'ingresso. Secondo la tradizione locale, per consuetudine questa chiesa viene comunemente chiamata dai fedeli "la pieve della mula".
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47. La leggenda di re Rachis.
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Castel di Badia era l'antico nome medievale di Abbadia San Salvatore, l'importante cittadina che si trova alle falde del Monte Amiata. Il nome attuale deriva invece dalla costruzione dell'abbazia del San Salvatore, per oltre tre secoli uno dei centri religiosi pi importanti di tutto il comprensorio.
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La leggenda vuole che il re longobardo Rachis, successore di Liutprando, si fosse fermato con il suo seguito nei boschi di quella zona per effettuare una battuta di caccia; improvvisamente, il re vide un grande bagliore sprigionarsi al di sopra delle cime degli alberi e not che si stava concretamente materializzando l'immagine del Salvatore. Colto da un'improvvisa crisi mistica, re Rachis decise di far costruire in quel luogo un'abbazia.
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Oggi  possibile localizzare il luogo esatto dell'apparizione all'interno della chiesa: la leggenda dice che sia all'interno della bellissima cripta longobarda dell'VIII secolo, composta da trentasei colonne e capitelli di pietra rachitica locale, tutti diversi tra loro, tanto da assumere l'ipotetico aspetto di uno dei tanti boschi di faggi della zona.
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In realt sembra che il vero fondatore dell'abbazia del San Salvatore sia stato Erfone, un nobile longobardo di origini friulane che era diventato frate eremita e che aveva scelto le fitte foreste dell'Armata come luogo ideale per vivere e pregare.
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48. Il castagno della Madonna.
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Secondo un'antica leggenda del Monte Amiata, nei paraggi di Abbadia San Salvatore un giovane pastore - secondo un'altra versione si tratterebbe di una pastorella - stava pascolando il suo gregge di pecore, quando a un tratto ud distintamente l'insistente ululato di un lupo, che doveva essere piuttosto affamato.
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Preso dal terrore, il giovane cerc nei dintorni un rifugio per s e per le sue pecore, ma in quel tratto di pianoro non vide n grotte n fitti boschi. L'unico punto che poteva offrire un rifugio, peraltro assai limitato, era un enorme castagno con un foltissimo fogliame. Intanto gli ululati del lupo si facevano sempre pi vicini; il pastorello suon allora lo zufolo per radunare tutto il gregge intorno al castagno, poi si accost al tronco e cominci a piangere per la paura, pregando la Vergine di venirgli in aiuto.
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Proprio in quell'attimo apparve il lupo da dietro un cespuglio; ringhi pi volte, poi cominci a preparare l'attacco spostandosi con lenti movimenti laterali, digrign i denti con la bocca spalancata mentre gli occhi gli brillavano alla vista di tutte quelle prelibate pecorelle inermi. Il piccolo pastore era completamente impietrito, con la schiena schiacciata contro il tronco del castagno, e il pianto ormai si era trasformato in un irrefrenabile gemito, mentre le pecore cominciavano ad agitarsi avendo percepito l'imminente pericolo.
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Ma proprio nel momento in cui il lupo inizi ad avvicinarsi al gregge, come per incanto le fronde dell'albero si incurvarono e si abbassarono fino a toccare terra, creando cos una specie di ombrello protettivo tutto intorno al tronco. I rami si erano incrociati tra di loro al punto da creare un impenetrabile scudo protettivo per il pastorello e per le pecore! Il povero lupo non credeva ai suoi occhi; cerc di aprirsi un varco con i denti e con le zampe attraverso quella parete di arbusti, ma ogni tentativo fu inutile e rimedi solo delle dolorose ferite. Alla fine, stremato e scoraggiato, guard ancora una volta quella strana accozzaglia di arbusti, poi, con la coda tra le zampe, si allontan scomparendo all'interno della boscaglia.
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Una volta cessato il pericolo, sempre come per incanto i rami e le dense chiome si rialzarono fino ad assumere la naturale posizione iniziale; le pecore ripresero tranquillamente a pascolare mentre il pastorello, una volta giunta la sera e dopo aver rinchiuso il gregge nel recinto, corse gi nel borgo per avvertire tutto il popolo di Abbadia San Salvatore del miracolo del castagno.
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A ricordo di quel prodigioso evento, in quel punto venne costruita e consacrata nel 1524 una cappella votiva che prese il nome di "Chiesa della Madonna del Castagno".
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49. La bella Marsilia.
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Sui monti dell'Uccellina sorge, a ridosso del mare, il rudere di una antica torre di avvistamento senese. Il suo nome, "Torre della Bella Marsilia",  famoso in tutta la Maremma ed  il frutto di un episodio realmente accaduto, poi rielaborato e romanzato dal popolo, che vide come protagonista Margherita, una giovinetta dai capelli rossi e dagli occhi viola, figlia di Nanni Marsili.
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Una notte del 1511, i corsari comandati dal terribile Ariodeno Barbarossa sbarcarono a Cala di Forno e, approfittando della foschia, di un forte vento di libeccio e del rumore della risacca, riuscirono ad attaccare il castello senza che le vedette si accorgessero dei loro movimenti. In un attimo i corsari furono dentro il castello e presero prigionieri gli abitanti, il cui destino sembrava ormai scontato: sarebbero stati tutti passati per le armi, uno alla volta, alla fine del saccheggio.
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Margherita, in un impeto di coraggio, si fece avanti e propose al capo dei corsari di prendere lei in cambio della vita di tutti gli abitanti del borgo.
Ariodemo fu colpito dalla sfrontatezza e dalla bellezza di Margherita Marsili; pens che una fanciulla cos affascinante sarebbe stata un'ottima merce da vendere al sultano Solimano. Il Barbarossa accett cos la proposta della ragazza e, dopo aver razziato e depredato il castello, lasci salva la vita agli abitanti e si port via Margherita, che da quel giorno venne ricordata dal popolo maremmano come "la bella Marsilia".
A lei venne intitolato il torrione del castello, unico residuo ancora oggi esistente.
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50.La carrozza d'oro della regina Antiglia.
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Sovana  un importante centro dove si intrecciano, in un misto di armonia e di magia, forme architettoniche etrusche, medievali e rinascimentali; la citt  resa ancora pi affascinante dal ritrovamento di alcune delle pi celebri tombe etrusche di tutta la Maremma.
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La leggenda narra appunto di una regina etrusca di nome Antiglia, che regnava a Sovana. Era una donna molto bella, saggia e intelligente, amata e stimata da tutto il suo popolo e da tutti coloro che entravano in contatto con lei. La giovane sovrana era per angustiata da una profonda preoccupazione: aveva infatti il timore di essere dimenticata dopo la sua morte. Questa paura ha da sempre assillato tutti gli uomini, in qualunque periodo della storia e a qualunque livello sociale, ma nel caso della bella Antiglia aveva assunto i caratteri di una vera e propria ossessione.
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Cos la regina decise di escogitare qualcosa che la potesse rendere "eterna" nella memoria dei suoi sudditi e di tutta l'Etruria, anche dopo la sua morte. Fece chiamare nel suo palazzo i migliori orafi del regno, tutti esperti e valenti artigiani in quel mestiere, e commission la costruzione di una carrozza trainata da quattro cavalli, il tutto in oro massiccio. Stabil che quella sarebbe diventata la sua tomba e che si sarebbe fatta seppellire all'interno di quel prezioso cocchio.
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Antiglia ordin che la carrozza d'oro venisse esposta nel palazzo per un periodo molto lungo; lo scopo della regina era quello di farla ammirare da pi persone possibile affinch si potessero ricordare per sempre di quel gioiello di artigianato. Poi fece improvvisamente sparire il prezioso reperto, facendolo sotterrare in un luogo segreto. Cominci cos un'incredibile caccia al tesoro, ma nessuno riusc mai a trovarne il nascondiglio.
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Nel frattempo la fama di quel carro dorato e della sua regina si era allargato a macchia d'olio e si era ormai esteso su tutto il territorio dell'Etruria. Era sulla bocca di tutti, e la sua leggenda si sarebbe tramandata di generazione in generazione. Quando Antiglia mor, venne sepolta in un luogo segreto, secondo la sua volont, all'interno della carrozza dorata, ma ormai il suo scopo era stato raggiunto: a quel punto nessuno si sarebbe pi dimenticato di lei!
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Ancora oggi si cerca quel mausoleo dorato e, dopo tutto questo tempo, il ricordo di Antiglia  sempre vivo, al punto che in Maremma si dice: "Quella  come la carrozza di Antiglia, tutti la cercano e nessuno la piglia!"
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Nelle terre di Siena.
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51. La spada nella roccia.
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Vissuto nel XII secolo, Galgano Guidotti era un nobile cavaliere di Chiusdino, antico borgo situato nelle vicinanze della famosa Abbazia che ha poi preso il suo nome. Galgano era abile con la spada, era arrogante e autoritario, normalmente si faceva giustizia da s e spesso, quando non era chiamato a guerre o battaglie al fianco dell'esercito senese, amava gareggiare con altri cavalieri in giostre e tornei. Presto per si stanc di una vita che gli appariva sempre pi vuota e inutile, e decise di ritirarsi in solitudine sulla collina di Montesiepi per un lungo periodo di riflessione e pentimento, nel quale cercare il contatto e la comunicazione con Dio.
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La leggenda vuole che intorno al 1180 Galgano decise di abbandonare per sempre la sua spada, come mezzo di combattimento e di morte, per trasformarla in "croce", simbolo di pace e amore. E cos fece. Miracolosamente, Galgano conficc la sua spada in una roccia come un coltello arroventato affonda nel burro; l'elsa e l'impugnatura presero cos la forma di una croce e per il cavaliere quello divenne un altare personale su cui poter pregare.
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Oggi si pu ammirare la spada nella roccia nella Rotonda di Montesiepi, a pochi metri dall'Abbazia di San Galgano.
A Siena si trova il Palazzo di San Galgano, fatto costruire nel Quattrocento dai monaci cluniacensi, gli stessi che hanno fondato l'Abbazia di San Galgano; particolarit di questo palazzo sono delle spade in ferro, poste sotto le eleganti bifore, che sembrano affondare nelle pietre del bugnato della facciata e che ricordano la spada nella roccia di Montesiepi.
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Molte sono le similitudini di questa leggenda con quella di Re Art: entrambi gli episodi sono avvenuti nel XII secolo e anche in quel caso c'era una spada nella roccia, la celebre "Excalibur". Pochi sanno invece che uno dei cavalieri della Tavola Rotonda di Re Art si chiamava Galvano (Sir Gawain)!
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52. Il ponte della Pia.
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Lungo la strada statale che congiunge Arezzo a Siena, l'antica "via
Massetana" che collegava Siena alla Maremma, dopo aver superato il Castello di Montarrenti e subito prima di raggiungere il borgo di Rosia, si incontra sulla destra il Ponte della Pia de' Tolomei.
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Costruito in epoca romana con una sola arcata a tutto sesto e successivamente ristrutturato in epoca medievale intorno all'anno 1000, il ponte scavalca il torrente Rosia che delimita il confine tra i comuni di Sovicille e Chiusdino e segna l'inizio della strada che raggiunge l'eremo di Santa Lucia, della quale rimangono ancora ben visibili alcuni resti. Questo reperto archeologico  rimasto indissolubilmente legato alla figura mitica di Pia Guastelloni, meglio conosciuta come Pia de' Tolomei, nobildonna senese che, rimasta vedova del primo marito Baldo d'Aldobrandino de' Tolomei, spos in seconde nozze Nello di Inghiramo Pannocchieschi, signore del Castel di Pietra, strategica roccaforte senese nel cuore della Maremma.
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Dante Alighieri rese celebre la sua triste storia nel quinto canto del Purgatorio, con i famosi versi: "Ricordati di me, che son la Pia. / Siena mi fe', disfecemi Maremma".
La leggenda narra infatti che Pia  stata ripudiata dal marito; sembra che questi, dopo essersi accorto di non potere avere figli, si fosse innamorato di una fanciulla che apparteneva a una potentissima famiglia senese, Margherita Aldobrandeschi. Nello Pannocchieschi accus quindi Pia con il pretesto di averlo tradito con uno dei suoi migliori amici, la obblig ad abbandonare i fastosi palazzi senesi e la fece trasferire sotto scorta a Castel di Pietra, dove la sventurata trascorse gli ultimi anni di vita.
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Incerte sono anche le circostanze della morte di Pia: alcuni storici sostengono che sia morta di stenti e di malaria, altri che sia stata addirittura gettata dalla rupe del castello, che per questo prese il nome di "salto della contessa".
Durante il suo mesto trasferimento a Castel di Pietra, il carro sul quale viaggiava Pia de' Tolomei nel percorrere la via Maremmana pass proprio sopra il ponte che attraversa il torrente Rosia e la leggenda vuole che vi abbia lasciato il segno.
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In alcune notti, infatti, quando la boscaglia e il terreno vengono illuminati dalla luce della luna piena, si pu osservare la figura eterea di una donna completamente vestita di bianco che attraversa il ponte a piedi nudi, ma senza toccare per terra.
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53. Castiglion che Dio sol sa.
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Nel comune di Sovicille, poco lontano dalla tenuta del Castello di Spannocchia e dalla colonna di Montarrenti, immersi nei boschi della valle del Merse, si trovano i ruderi dell'antico Castiglion Balzetti. La fortezza, costruita intorno alla fine del XII secolo, deve il suo nome al primo proprietario, l'aristocratico Bandino Balzetti, e proprio con questa denominazione viene citata per la prima volta negli Statuti Senesi nel 1262.
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Sorge in un luogo completamente isolato e selvaggio, lontano dalle vie maestre di grande comunicazione, dalle strade locali e dai borghi abitati; per questo motivo, con una punta di immancabile sarcasmo toscano, il castello viene abitualmente conosciuto come "Castiglion che Dio sol sa".
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Fortificazione senese lungo la linea difensiva di confine con la Repubblica Fiorentina, circondato originariamente da due cinte di mura, il castello ha goduto di una certa autonomia politica e giurisdizionale sotto la propriet della potente famiglia Saracini; ebbe una discreta importanza militare e il suo territorio fu ricco di coltivazioni e vigneti. Con la fine della Repubblica Senese inizi un rapido e graduale declino che port all'abbandono progressivo delle abitazioni da parte dei castellani e dei contadini. Il castello cadde in rovina e oggi si presenta ridotto a imponenti ruderi, anche se la parte centrale della fortificazione appare ancora intatta.
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Mai come adesso sembra appropriato il nome di "Castiglion che Dio sol sa"!
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54. Le Crete Senesi.
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Uno dei paesaggi pi affascinanti di tutta la Toscana  indubbiamente quello che si trova a sud di Siena e che si estende tutto intorno alla citt di Asciano, comprendendo anche Monteroni d'Arbia, Buonconvento, San Giovanni d'Asso e Rapolano Terme, fino ad arrivare alle pendici del Monte Amiata. Solitamente questo territorio viene conosciuto con il nome di "Crete Senesi" in quanto, in un lontano passato, queste terre erano ricoperte dal mare; una volta che le acque si furono ritirate, le sedimentazioni di fanghiglia e sabbia, ricchissime di conchiglie e fossili, hanno dato origine a queste colline.
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I successivi fenomeni di erosione e dilavamento delle terre, che si sciolgono con la pioggia e si frantumano sotto il sole, hanno creato i "Calanchi", profonde crepe franose del terreno, e le "Biancane", irti rilievi di creta, alti fino a quindici metri, che si modificano e si sagomano a seconda delle condizione atmosferiche. Tutta questa parte della provincia di Siena  caratterizzata anche dal tipico colore del terreno: la particolare tonalit di ocra che viene comunemente chiamata "terra di Siena".
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Oltre alla peculiarit dei suoi paesaggi collinari, contraddistinti da antichi borghi, isolati casolari con lunghi viali di cipressi, le Crete Senesi offrono anche ideali habitat per molte specie di flora e fauna, che qui trovano condizioni ottimali di vita e di sviluppo.
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55. Il castello della Chiocciola.
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La linea difensiva della Repubblica Senese, lungo il confine con quella fiorentina, era composta da una serie di potenti fortificazioni che facevano capo al castello di Monteriggioni, una vera e propria piazza d'armi che controllava dall'alto la via Francigena e anche l'antica Cassia. Lungo il tracciato della frontiera si sviluppavano i castelli di Riciano, Strove, Montauto, Spannocchia, Castiglion Balzetti, Villa e altri ancora.
Uno di questi, poco distante da Monteriggioni, era il Castello della Chiocciola, o per essere pi precisi, secondo la denominazione dell'epoca, "Castel de la Chiocciola".
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Il suo originale nome si deve al fatto che la torre principale, quella che spicca pi in alto ed  ben visibile anche a grande distanza,  di forma cilindrica e al suo interno si snoda una interminabile scala elicoidale, molto inconsueta per l'epoca. La scala ricordava il guscio di una lumaca e per questo motivo veniva appunto chiamata "la scala de la chiocciola".
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Il corpo del maniero, costruito intorno al Trecento su fondamenta di epoca etrusca, era composto anche da un elegante cassero merlato, da una torre a pianta quadrata e da una struttura destinata ad abitazioni; edificato inizialmente come roccaforte per i feudatari della vicina Staggia, fu poi di propriet dei Piccolomini e quindi dei Brancadori.
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Il castello divenne famoso per un fatto d'armi avvenuto durante la guerra tra Siena e Firenze. Nel 1555 venne infatti assediato da un migliaio di fanti e cavalieri dell'esercito fiorentino, che in realt erano in prevalenza mercenari austriaci e spagnoli. La leggenda vuole che, dopo una strenua difesa, i castellani si arresero con gli onori delle armi solo dietro un compenso di settecento scudi d'oro ai fiorentini, che lasciarono salvo e integro il fortilizio.
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56. Il gallo nero.
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Firenze e Siena si sono da sempre contese il territorio del Chianti, la ricca e produttiva regione situata proprio tra le due citt. La leggenda vuole che nel Medioevo i governanti delle due repubbliche decisero di abbandonare le armi per affidare la soluzione della spartizione del Chianti a una corsa fra cavalieri. Il regolamento della disfida venne scritto e sottoscritto di comune accordo: la gara prevedeva che un cavaliere sarebbe partito all'alba da Firenze e l'altro da Siena al primo canto del gallo. Il confine sarebbe stato tracciato nel punto in cui i due cavalieri si sarebbero incontrati.
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Venne stabilito il giorno della prova e vennero inviati due ufficiali giudicanti fiorentini a Siena e due senesi a Firenze, per verificare la correttezza dei contendenti. I senesi scelsero un gallo bianco e lo fecero mangiare in abbondanza; un gallo ben nutrito, pensarono, avrebbe cantato certamente pi forte appena giunta l'alba. I fiorentini preferirono un gallo nero che venne tenuto invece completamente a digiuno.
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Nel giorno fissato il gallo nero fiorentino, consumato dalla fame, cominci a cantare con molto anticipo rispetto al levar del sole e il suo cavaliere in quell'istante part al galoppo verso Siena. Nello stesso momento il gallo bianco senese stava ancora dormendo, sazio per la grande quantit di cibo ingerito; ci volle ancora del tempo prima che riuscisse a cantare e che il suo cavaliere potesse iniziare la corsa alla volta di Firenze.
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Il cavaliere fiorentino incontr quello senese presso il castello di Fonterutoli, a soli dodici chilometri da Siena, dopo averne percorsi almeno una cinquantina. La Repubblica Fiorentina conquist quindi tutto il Chianti, senza colpo ferire.
Verso la fine del Trecento venne fondata la Lega del Chianti, alleanza politica e militare con il compito di amministrare e difendere il territorio chiantigiano per conto di Firenze. Lo stemma della lega raffigurava un gallo nero in campo d'oro, lo stesso simbolo rimasto anche oggi per tutto ci che concerne la zona vinicola del Chianti Classico.
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57. Il castello di Strozzavolpe.
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Il castello di Strozzavolpe  una splendida fortificazione che conserva ancora l'originario perimetro triangolare della cinta muraria, l'alta torre merlata che protegge l'ingresso principale e il ponte levatoio che sovrasta il primitivo fossato. Sorge sopra un colle, proprio di fronte al "Poggio Bonizio", l'antica Poggibonsi; risulta che sia stato costruito nel XII secolo e poi riadattato successivamente, ma senza alterarne l'originaria struttura architettonica.
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Prima di essere stato di propriet di importanti famiglie come gli Adimari, i Salimbeni, gli Alberti e i Ricciardi, il castello era stato costruito per volont di Bonifacio di Canossa, meglio conosciuto come Bonifazio, Duca e Marchese di Toscana, nonostante un'antica maledizione aleggiasse in quella zona. La leggenda narra infatti che in quei boschi vivesse una volpe, molto grossa e astuta ma nello stesso tempo aggressiva e feroce; diversi contadini erano stati assaliti e feriti e perfino alcuni cavalieri erano stati costretti a fuggire per evitare la ferocia dell'animale, astuto come un felino e aggressivo come un cane.
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Bonifacio, appena ebbe terminato la costruzione del castello, dovette subire la profezia del mago di corte, il quale sentenzi che, a causa di quella maledizione, "la vita del castello sarebbe durata quanto il corpo della feroce volpe"! Per niente intimorito, Bonifazio organizz con i suoi migliori cavalieri una vera e propria "caccia alla volpe", che si estese per miglia e miglia tutt'intorno al castello e dur di alcuni giorni, ma senza ottenere il risultato sperato. La volpe sembrava quasi prendersi gioco dei cacciatori, alcuni dei quali asserirono di averle visto sputare fuoco e fiamme dalla bocca.
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Bonifazio studi allora altri stratagemmi; ben consigliato dai suoi strateghi, fece collocare un notevole numero di trappole nei boschi circostanti; alla fine la volpe incapp in una di queste e rimase accalappiata da un laccio, morendo "strozzata". Da qui il nome "strozzavolpe".
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Una volta ucciso l'animale, Bonifazio doveva per impedire che si compisse la maledizione che gli era stata profetizzata dal mago di corte: il corpo della volpe si sarebbe decomposto in breve tempo e dunque doveva agire in fretta. Fece scuoiare la volpe, la fece imbalsamare e le fece riempire il corpo di oro fuso; poi nascose il tesoro all'interno del castello in un luogo segreto, pare facendolo custodire da tre cavalieri armati. In quel modo il "corpo della volpe" si sarebbe conservato in eterno... e infatti, il castello di "Strozzavolpe"  tuttora saldamente in piedi! 
Ancora oggi, nelle notti di luna piena, sembra che si possa scorgere lo spettro di una volpe che si aggira furtiva nei dintorni del castello.
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58. Il barone di ferro.
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Con molta probabilit il fantasma di Bettino Ricasoli, soprannominato "il Barone di ferro",  in assoluto il pi famoso e celebrato spettro di tutta la Toscana, e ancor pi famoso  il castello dove il Barone  vissuto, morto e apparso dall'oltretomba ripetute volte: il castello di Brolio, nel comune di Gaiole in Chianti.
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Uomo politico, sindaco di Firenze, deputato del Regno d'Italia, capo del governo e pi volte ministro, fondatore del giornale "La Nazione" di Firenze e del regolamento di produzione del vino Chianti, membro dell'Accademia dei Georgofili, Bettino Ricasoli fu uomo eclettico ed estremamente attivo nella storia e nella vita politica italiana. L'appellativo di Barone di Ferro gli venne attribuito per il suo carattere particolarmente deciso e per il piglio con il quale governava i suoi possedimenti e affrontava ogni problematica; viene ricordato infatti come instancabile ricercatore e rigido perfezionista.
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Il castello di Brolio, risalente all'anno mille e successivamente pi volte ristrutturato, pass di propriet, con tutto il territorio attiguo, alla famiglia Ricasoli fin dal 1141. Venne ulteriormente fortificato in quanto avamposto della Repubblica Fiorentina sul confine con Siena. Bettino lo frequent assiduamente fin da giovane; in tarda et lasci Firenze e vi si trasfer definitivamente, per seguire gli affari di famiglia e la produzione agricola.
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La sera del 28 ottobre 1889 venne trovato morto per un attacco di cuore mentre leggeva un libro nel suo studio. Prima della tumulazione, si dovette attendere l'autorizzazione del prefetto di Siena, che tard molto a venire, tanto che la salma del barone venne tumulata solo il 2 dicembre, trentacinque giorni dopo il suo decesso! La leggenda vuole che proprio durante quel lungo periodo, nel quale la salma era tenuta nella cripta della cappella di famiglia, cominciarono a verificarsi strani e sinistri fenomeni che turbarono la quiete degli abitanti della zona.
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Le finestre della cappella si aprivano e si richiudevano all'improvviso, mentre raffiche di vento freddo si levavano quasi dal nulla. Una sera la sala venne invasa da uno sciame di falene che costrinsero i presenti a lasciare precipitosamente il locale. Il giorno della sepoltura, gli addetti al servizio funebre non riuscirono a sollevare la bara, tanto era diventata improvvisamente e inspiegabilmente pesante; dovette intervenire il prete che pronunci sottovoce una preghiera in latino e benedisse nuovamente la cassa con l'acqua santa. Solo a quel punto il feretro divenne estremamente leggero e pot essere caricato sul carro fnebre.
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Il corpo venne definitivamente sotterrato nel Borro dell'Ancherona, un luogo isolato poco distante dal castello, essendosi ormai diffusa la convinzione che l'anima del barone fosse dannata.
Intanto le apparizioni del fantasma di Bettino Ricasoli aumentavano. Molti testimoni hanno dichiarato di aver visto nelle notti di luna piena il barone completamente vestito di nero, mentre a cavallo galoppava nei dintorni di Brolio. Alcune volte, nella cucina del castello, al mattino venivano inspiegabilmente trovati rotti i piatti che erano stati asciugati la sera precedente; altre volte le coperte del letto del barone, regolarmente sistemate dalle domestiche, venivano trovate sparse per tutta la camera.
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Ma il caso pi clamoroso avvenne nel secolo scorso, a met degli anni Sessanta, quando Renato Polese, un giornalista esperto e specializzato in fenomeni occulti, decise di trascorrere una notte al castello per capacitarsi di cosa realmente stesse succedendo all'interno del maniero. Con enorme sorpresa, verso mezzanotte si trov faccia a faccia con Bettino Ricasoli il quale, evidentemente, aveva raccolto la sfida; i due restarono in silenzio, ad una certa distanza, per alcuni lunghissimi momenti, poi il barone scivol via in groppa al suo destriero.
Polese ha poi scritto e pubblicato su un noto settimanale un lungo e dettagliato articolo sull'incredibile episodio di cui era stato protagonista, suscitando uno straordinario interesse nell'opinione pubblica. Fu la definitiva consacrazione del fantasma di Bettino Ricasoli, il Barone di Ferro.
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59. I guerrieri di Montaperti.
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La celebre battaglia di Montaperti fu combattuta il 4 settembre 1260 tra due eserciti agguerritissimi: da un lato quello Ghibellino, composto dalle truppe di Siena, Pisa, i tedeschi di Manfredi e gli Svevi di Sicilia; dall'altro quello Guelfo, composto dalle milizie di Firenze, Arezzo, Lucca, Orvieto, Bologna, Prato, Perugia e dalla Lega Lombarda.
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Circa cinquantacinquemila uomini si batterono a fasi alterne dall'alba al tramonto e solo poco prima del calar del sole la vittoria volse a favore della lega Ghibellina, capitanata dai senesi. Quasi undicimila uomini persero la vita nel corso della battaglia, al punto che lo stesso Dante Alighieri volle ricordare l'episodio nel Decimo canto dell'Inferno con le famose parole: "lo strazio e il grande scempio che fece l'Arbia colorata in rosso".
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L'esito della battaglia caratterizz per diversi anni il predominio della fazione ghibellina su tutto il territorio della Toscana, con numerosi strascichi anche su quello nazionale, prima del conclusivo e definitivo avvento della parte guelfa. Fin da quel lontano giorno, sulla piana di Montaperti si sono manifestati fenomeni alquanto strani; la leggenda vuole che siano stati avvistati, in circostanze e in periodi diversi, figure evanescenti di uomini che vagavano per i campi, senza una meta apparente.
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Alcuni cavalieri, con le armature che rilucevano ai raggi della luna piena, si sono manifestati a persone del tutto insospettabili mentre cavalcavano nella notte, prima di sparire, come per incanto, nel buio. Altre volte si sono uditi distintamente dei rulli di tamburo che battevano i tempi di marcia per le truppe, oppure improvvisi nitriti di cavalli che spaventavano i contadini durante il lavoro, o ancora agghiaccianti urla di dolore che terrorizzavano e impietrivano i malcapitati che le avvertivano. Branchi di cani randagi scendevano ululando dalle colline e sparivano come per incanto una volta giunti nel pianoro, mentre un lontano fragore di zoccoli di cavalli al galoppo si disperdeva in direzione dell'ossario che conserva i resti dei caduti.
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Tutti questi fenomeni si intensificavano con l'avvicinarsi dell'anniversario della battaglia: il 4 settembre. Comunque sia, leggenda o non leggenda, la morte improvvisa e cruenta di tutte quelle migliaia di soldati, per di pi a distanza di poche ore, pu originare una sola riflessione: i guerrieri di Montaperti sono ancora l.
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60. La torre del Mangia.
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Durante la costruzione del Palazzo Comunale a Siena, venne edificata anche la bellissima torre campanaria terminata nel 1348 dai fratelli Francesco e Minuccio Rinaldo, mentre la 
parte superiore in travertino bianco fu opera di Lippo Mammi. Nel 1360, invece, fu costruito l'orologio da Bartolomeo Guidi e fu grande festa in tutta Siena: per l'epoca era fonte di grande prestigio poter ostentare un orologio sulla torre del palazzo comunale, sicuramente uno dei primi in Toscana e nell'Italia intera.
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Per il buon funzionamento dell'orologio era necessario dare la carica ai sofisticati meccanismi almeno due volte al giorno, il che voleva dire calcare in su e in gi tutti quegli scalini per quattro volte in una giornata. Per questo "delicato" lavoro venne assoldato e ben pagato un uomo, Giovanni di Balduccio, che aveva esclusivamente il compito di caricare quel "prodigioso" orologio, orgoglio della citt, e di controllarne il buon funzionamento. Il fatto era che salire e scendere in continuazione tutte quelle scale diventava sempre pi faticoso per Giovanni, quindi bisognava escogitare uno stratagemma.
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L'uomo aveva notato che diversi studenti, notoriamente squattrinati, erano soliti bighellonare nella piazza del Campo e gli venne un'idea: avvicin alcuni di loro promettendo una parte del suo stipendio a condizione che i ragazzi provvedessero all'incombenza di caricare l'orologio. Fu cos che Giovanni di Balduccio ebbe molto tempo libero per oziare e poltrire nelle taverne e nelle osterie, tanto che il popolo gli diede l'epiteto di "Mangiaguadagni", poi abbreviato in "Mangia".
Da allora in poi tutti i successori di Giovanni nella carica di "addetto all'orologio" ebbero la denominazione de "Il Mangia" e per diretta conseguenza anche la torre assunse il nome di Torre del Mangia.
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61. Il quadrato magico.
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Sulla parete laterale del Duomo, davanti al Palazzo Arcivescovile,  scolpito un quadrato composto da cinque lettere per ogni riga, che formano altrettante parole. La caratteristica  dovuta al fatto che ogni parola pu essere letta da sinistra a destra, da destra a sinistra, dall'alto in basso, dal basso in alto, formando dunque una formazione palindroma:
SATOR AREP0 TENET 0PERA ROTAS.
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Si tratta dunque di cinque parole latine, sator, arepo, tenet, opera, rotas (anche se arepo non  propriamente latina), il cui significato ha appassionato archeologi, linguisti, esperti di storia dell'arte, enigmisti e persino alchimisti.
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La traduzione  di estrema difficolt, anche perch si presta a diverse interpretazioni; la pi comune recita: "il creatore (sator - Dio) domina e regge (tenet) le opere del creato (opera rotas) e quanto la terra produce (arepo = aratro).
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Questo quadrato magico  stato rinvenuto in tutte le chiese cistercensi nonch in diversi altri luoghi in Italia e in Europa. Il rinvenimento pi antico  avvenuto durante gli scavi di Pompei su una colonna della Palestra Grande.
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Inoltre, anagrammando le parole che formano il quadrato, si pu ottenere in croce la parola "Paternoster". Quasi certamente il quadrato magico ha comunque un significato augurale.
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Nelle terre di Arezzo.
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62. Il pozzo di Tofano.
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All'inizio di via dell'Orto, una delle pi antiche strade di Arezzo, in prossimit della casa natale di Francesco Petrarca, si trova un originario pozzo ancora in perfette condizioni che ha ispirato Giovanni Boccaccio nella quarta novella della settima giornata del suo Decamerone. Per tutti questi motivi  certamente il pi famoso pozzo esistente in citt: il pozzo di Tofano.
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Tofano era un giovane e ricco aretino che prese in sposa la bellissima Ghiga. Il matrimonio si present subito piuttosto complicato: la donna infatti era davvero molto attraente e gli spasimanti che le ronzavano attorno erano veramente troppi. Tofano si logorava dalla gelosia; non faceva pi uscire la moglie di casa e le proibiva di avere qualsiasi contatto con chiunque. Ghiga, dal canto suo, non sopportava pi quella situazione e alla fine si lasci incantare dalle lusinghe di un altro uomo.
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La donna faceva ubriacare il povero Tofano, e quando questi si addormentava sotto l'effetto del vino lei usciva furtivamente di casa per andare a raggiungere il suo amante. La storia dur per un bel pezzo, fino a quando il marito ebbe sentore che qualcosa non andava per il verso giusto. Una sera, dopo aver bevuto, fece finta di addormentarsi e vide la moglie filar via fuori di casa in gran silenzio.
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Prontamente sbarr la porta con una grande spranga di ferro per impedire alla consorte infedele di rientrare a casa. Quando la donna, dopo qualche tempo, ritorn e cerc di aprire il portone, si rese subito conto del tranello che le aveva teso Tofano, il quale stava alla finestra a godersi la scena. Ghiga implor pi volte il marito di farla entrare, ma poi, viste vane le sue richieste, in lacrime minacci di buttarsi nel pozzo che era proprio davanti alla loro casa. Tofano non si fece intimorire, anzi, minacci a sua volta che avrebbe rivelato la tresca alle loro famiglie e a tutto il popolo del quartiere.
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La moglie allora, vistasi perduta, riemp il secchio con alcune grosse pietre e poi, approfittando della semioscurit, lo gett con l'ingente peso in fondo al pozzo; Tofano, udendo quel gran tonfo credette davvero che la moglie si fosse suicidata e corse fuori di casa per cercare di salvarla. Ma la donna si era nascosta nell'ombra e, non appena il marito fu uscito, entr in casa chiudendo il portone dietro di s. Questa volta le parti si erano invertite: tocc al povero Tofano rimanere fuori, mentre Ghiga a gran voce dalla finestra, in modo che tutti la udissero, lo accus di rincasare ogni sera tardi e sempre ubriaco.
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In altre parole: "becco e bastonato"!
Lo spavento che entrambi i coniugi avevano provato quella sera li indusse a riflettere seriamente sui loro comportamenti e da allora inizi un periodo di intese e riappacificazioni; i loro rapporti ripresero lentamente a rinsaldarsi e la loro unione dur nel tempo: tutto grazie a quel pozzo!
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63. Le note musicali.
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Guido d'Arezzo era un monaco benedettino vissuto a cavallo dell'anno mille e divenuto maestro di canto della cattedrale aretina. Questo religioso ha avuto il pregio di inventare un metodo pedagogico del tutto personale: per aiutare i coristi a ricordare i suoni e le pause che formano la scala musicale, fece ricavare il nome delle note dalla prima sillaba dei versi di un inno a vanni Battista.
Le parole dell'inno recitano: UT queant laxis REsonare fibris Mira gestorum FAmuli tuorum SOLve polluti LAbii reatum Sancte Iohannes.
La prima nota, "UT", venne in seguito modificata in "DO" per ragioni armoniche da Giovanni Doni, che scelse le prime due lettere del proprio cognome. Da quel momento la scala musicale "suona" ( proprio il caso di dire) cos: DO, RE, MI, FA, SOL, LA, SI.
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64. Le porte del morto.
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Nel centro storico di Arezzo, come anche in quello di Cortona, accanto alle porte di ingresso delle antiche abitazioni si possono incontrare delle strane e particolari strutture architettoniche, piuttosto tipiche nelle case medievali di tutta la Toscana.
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Si tratta di porte molto strette e alte, che culminavano generalmente in un arco a sesto acuto, mentre altre si presentavano in forma rettangolare; spesso la base era rialzata di oltre mezzo metro dal livello stradale, mentre qualcuna presentava uno o pi gradini di pietra. Ma la caratteristica peculiare che accomunava tutte queste porticine era sempre la stessa: erano tutte murate!
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Erano infatti le "porte del morto", che venivano aperte solo per far uscire dalla casa la bara del defunto, con i piedi tassativamente in avanti, per poi essere rimurate subito dopo... nell'attesa del successivo decesso.
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Si trattava di un'antichissima usanza che quasi certamente affondava le sue origini nella tradizione etrusca: la Morte entrava e usciva nelle abitazioni sempre dalla stessa porta. Una volta uscita insieme al corpo del defunto, la Morte non sarebbe pi potuta rientrare nella casa per riprendersi qualcun altro, in quanto nel frattempo la porticina era gi stata solidamente murata.
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L'usanza era forse ingenua ma molto chiara: i morti non potevano passare dall'uscio di casa dei vivi mentre i vivi non potevano entrare e uscire dalla porta dei morti. Per questo motivo la porta del morto era sempre murata mentre l'uscio di casa sovente veniva tenuto aperto.
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Nella realt il motivo di quegli strani passaggi era puramente di ordine pratico: nelle costruzioni del 13esimo e 14esimo secolo, infatti, la scalinata che conduceva dal portone d'ingresso al piano superiore, generalmente a due rampe, era piuttosto stretta e una bara non sarebbe riuscita a girare; molto meglio utilizzare un'apertura pi piccola, che generalmente si apriva in una bottega o in una stalla, ma dalla quale si aveva un accesso diretto alla strada.
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65. La Chimera etrusca.
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Nel 1553 venne ritrovata ad Arezzo, nelle campagne appena fuori Porta San Lorentino, durante il rafforzamento delle mura medicee, una statua etrusca di bronzo in perfetto stato di conservazione.
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Classificata in un primo momento come la raffigurazione di un leone, a causa del capo e del busto da felino da cui fuoriusciva sul dorso la testa di una capra, la scultura venne in seguito identificata come la "Chimera", con il ritrovamento della coda a forma di serpente grazie a Giorgio Vasari. Forgiata intorno al V secolo avanti Cristo, l'opera venne restaurata da Benvenuto Cellini e conservata in Palazzo Vecchio per ordine di Cosimo Primo, che la volle sempre con s, considerandola fin da allora come un capolavoro dell'arte etrusca. Oggi si trova al Museo Archeologico di Firenze.
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Il suo nome deriva dal termine greco khimaira che vuol dire "capra"; nella mitologia greca questo mostro con il corpo multiforme di leone, capra e serpente, sputava fuoco e terrorizzava in lungo e largo la regione della Licia, nel sud dell'Anatolia, nell'odierna Turchia. Secondo la leggenda, venne uccisa con astuzia da Bellerofonte, aiutato dal mitico cavallo alato Pegaso. Non potendo in alcun modo ferirla con le armi in quel tempo convenzionali, dalle quali la Chimera era immune, Bellerofonte infil la punta della sua lancia all'interno delle fauci del mostro, che sput una tremenda quantit di fuoco. Il piombo dell'arma si fuse e uccise l'animale.
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La statua mostra la belva mentre sta morendo: la bocca  spalancata in una smorfia di dolore, la criniera irsuta, il corpo si ritrae su un fianco con le zampe anteriori irrigidite, la testa della capra  ormai agonizzante mentre la coda di serpente si avventa minacciosa in un ultimo spasimo. Sull'arto anteriore destro  ben visibile un'iscrizione votiva in caratteri etruschi: "TINSCVIL", che significa "Offerta a dio Tin", massima divinit etrusca, paragonabile a Zeus per i greci o a Giove per i romani.
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La citt di Arezzo ha sempre legittimamente reclamato la paternit della Chimera. Una copia a grandezza naturale  visibile in prossimit di Porta San Laurentino, e infatti il corrispondente quartiere storico di Porta del Foro, che partecipa alla Giostra del Saracino, ha adottato la Chimera come proprio simbolo, mostrandola fieramente sulle proprie bandiere dai colori giallo e cremisi.
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66.Il castello di Sorci.
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Sorto nell'alto Medioevo in prossimit di Anghiari, il castello di Sorci ebbe una storia alquanto travagliata. Distrutto e ricostruito pi volte, raggiunse il suo massimo splendore con l'avvento del valoroso condottiero Baldo di Piero Bruni, meglio conosciuto come Baldaccio Bruni o Baldaccio d'Anghiari, che Niccol Machiavelli defin nelle sue Istorie Fiorentine come "uomo di guerra eccellentissimo".
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Nato alla fine del Trecento nel castello di Ronchi, dimostr subito il suo spirito bellicoso assoldando una banda di armati con i quali comp una serie di rapine e saccheggi. Condannato per due volte alla pena capitale, Baldaccio riusc a sfuggire alla cattura per essere poi graziato dai fiorentini per il suo valore in guerra. Soldato di ventura, combatt al servizio di alcune delle pi celebri e potenti casate dell'epoca: serv i Malatesta, la Repubblica Fiorentina, il Duca di Milano, Niccol Fortebraccio, gli Sforza, i Montefeltro e perfino Papa Eugenio IV.
Baldaccio ricevette nel 1437 la cittadinanza fiorentina per meriti militari e, poco tempo dopo, si spos con Annalena Malatesta. Divenuto Capitano Generale delle Fanterie dell'esercito fiorentino, ebbe un lungo e astioso contrasto con Bartolomeo Orlandini, Gonfaloniere di Giustizia, che culmin in una stizzosa denuncia per codardia.
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L'Orlandini volle vendicarsi e convoc con un pretesto Baldaccio a Palazzo Vecchio, facendolo uccidere a tradimento dai suoi sbirri e gettandolo poi dalla finestra; il corpo ormai inanimato del povero Baldaccio venne trascinato in piazza della Signoria, dove gli venne mozzata la testa, e lasciato esanime per diverse ore. Fu sepolto nel chiostro di Santo Spirito a Firenze; era il 6 settembre del 1441.
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Ancora oggi, in quella data, ogni cinquant'anni lo spettro di Baldaccio d'Anghiari appare regolarmente nel castello di Sorci, accompagnato da un sinistro fragore di sonagli. Particolare raccapricciante: tutte le persone che hanno avuto la fortuna di avvistarlo, in maniera pi o meno nitida, hanno concordato su una cosa: la figura sembrava vestire un'armatura militare... ed era senza testa.
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67. Le stimmate di San Francesco. alla Verna.
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Non molto distante da Chiusi della Verna, nel Casentino, sorge sul monte Penna il Santuario Francescano della Verna, divenuto famoso perch fu il luogo in cui San Francesco ricevette le stimmate nel 1224, due anni prima della sua morte. Dante Alighieri cita l'episodio nel Paradiso, canto 15esimo:
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Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno,
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno".
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Fu proprio San Francesco che nel 1213, grazie alla concessione di alcuni terreni da parte del Conte Orlando di Chiusi, suo fedele devoto, fece costruire in quella localit alcune celle di preghiera, insieme alla chiesa di Santa Maria degli Angeli. Lo sviluppo decisivo del convento avvenne per in seguito all'evento delle stimmate: San Francesco, infatti, si era ritirato sul monte Verna per un lungo periodo di meditazione e di digiuno.
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Il santo aveva ricevuto da circa un anno l'approvazione della sua Regola da parte di Papa Onorio III e, ormai stanco e malato, aveva deciso di abbandonare la guida dell'ordine francescano, da lui stesso fondato oltre un ventennio prima. Si era quindi isolato sul monte, aspettando che si avvicinasse il momento supremo della morte. Durante la notte del 17 settembre 1224, mentre era assorto in preghiera, ricevette le stimmate nei piedi, nelle mani e nel costato da un Angelo Serafino che aveva assunto le sembianze di Cristo.
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San Francesco lasci la Verna pochi mesi dopo, tenendo gelosamente nascosti i segni di quel prodigioso fenomeno, conosciuto solamente dai suoi intimi compagni; mor ad Assisi nella notte del 4 ottobre 1226.
Alcuni anni pi tardi, venne eretta in quel luogo la Cappella delle Stimmate. Sul pavimento una lapide ricorda il luogo esatto dove avvenne il miracolo.
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68. La zampa del diavolo.
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Castel San Niccol venne costruito nel 12esimo secolo, su un originario nucleo fortificato che era stato edificato quasi trecento anni prima. La struttura era ben rinforzata da due ordini di mura e da cinque torri, delle quali solo una  rimasta integra, e rappresentava un baluardo estremamente importante e strategico nel grande feudo dei conti Guidi, che avevano la loro principale dimora nel castello di Poppi. Fu proprio durante la costruzione del corpo centrale del fortilizio che si verificarono i primi episodi estremamente inquietanti e devastanti, da principio in modo quasi accidentale, ma poi sempre pi frequenti, fino a diventare un vero e proprio tormento.
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La leggenda narra infatti che tutto il lavoro di costruzione in muratura che le squadre di manovali effettuavano durante il giorno veniva regolarmente disfatto durante la notte!
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Furono organizzati perfino dei turni di guardia per cercare di scoprire chi si divertiva a distruggere il faticoso lavoro di intere giornate, ma il risultato fu angosciante: non veniva notata la presenza materiale di esseri umani, eppure le pietre e i mattoni continuavano a staccarsi dai muri appena costruiti, come se una forza misteriosa li togliesse per poi gettarli a terra. Gli operai erano ormai terrorizzati e si rifiutarono di proseguire la realizzazione dell'opera. A quel punto apparve chiaro a tutti che dietro quella forza malefica si celava il diavolo in persona, che non approvava la costruzione del castello.
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Ma la fede del popolo di quelle terre ebbe la meglio: qualcuno pens bene di esporre accanto ai muri in costruzione una reliquia, un lembo della veste di San Nicola. Gli effetti sul Maligno furono devastanti. Quando il demonio torn di notte per iniziare la sua opera di distruzione si trov davanti la sacra reliquia e lanci uno spaventoso urlo di rabbia; il suo corpo si manifest agli occhi sbigottiti dei presenti sotto forma di un caprone da cui uscivano lunghe lingue di fuoco, mentre un forte odore di zolfo si sprigionava dalla bocca.
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La leggenda narra inoltre che, resosi ormai conto della sua impotenza, il diavolo fu colto da un attacco d'ira, mentre il sasso che stava manipolando con le zampe nel tentativo di staccarlo dal muro divenne arroventato e quasi si sciolse, tanto che rimase ben impressa l'impronta dei suoi artigli.
Quell'impronta  ancora oggi ben visibile su una delle pareti esterne di Castel San Niccol.
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FINE.
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Bibliografia.
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La Chimera di Arezzo, Polistampa, Firenze 2009.
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GIORGIO BATINI, Capitani di Toscana, Polistampa, Firenze 2005.
GIORGIO BATINI, Per chi suona la Toscana, Polistampa, Firenze 2007.
GIORGIO BATINI, Toscana magica, Sarnus, Firenze 2007.
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LUIGI PRUNETI, La Toscana dei misteri, Le Lettere, Firenze 2004. 
GIOVANNI RIGHI PARENTI, La storia del Chianti, Polistampa, Firenze 2005. 
IVANO TOGNARINI, Toscana in Et Moderna tra Medici e Lorena, Polistampa, Firenze 2012.
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FINE.